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Taranto, anche le donne a bordo dei sommergibili

Taranto, anche le donne a bordo dei sommergibili
di MARISTELLA MASSARI

TARANTO - Fare il sommergibilista è un lavoro duro e costa grandi sacrifici. Un lavoro da veri uomini e, da qualche mese a questa parte, anche da donne con una certa tempra di carattere.

La novità è da rullo di tamburi, dal momento che il corpo dei sommergibilisti italiani (così come quello degli incursori) era rimasto precluso alle signore con le stellette. Ma, un po’ il vento della parità che soffia sempre costante, un po’ il drammatico calo delle «vocazioni», la Marina ha avviato la sperimentazione per introdurre gradatamente a bordo dei sottomarini italiani le donne. In realtà si sta lavorando per «aprire» il reparto anche ai volontari in ferma prefissata come incentivo per confermarli poi nei ranghi della forza armata.

Questa rivoluzione copernicana tra gli uomini con il distintivo brunito del delfino racchiuso tra due ali d’alloro parte da Taranto. La città ne è piena protagonista.

In Mar Piccolo, infatti, c’è la «casa» dei sommergibili. Circa 600 uomini tra i 30mila marinai italiani possono esibire il fregio dorato dei sommergibilisti. Una vera e propria élite alla quale, dai primi del ‘900 ad oggi, sono stati ammessi solo gli uomini. La base di Taranto, da qualche settimana, ospita invece cinque pioniere degli abissi, ufficiali e sottufficiali che stanno verificando la compatibilità delle donne con gli spazi ristretti, le lunghe navigazioni in condizioni al limite dei proibitivo e la convivenza a bordo tra sessi diversi. La sperimentazione sembra destinata a concludersi con un bel brindisi. Se così sarà, l’Italia avrebbe abbattuto un altro tabù e guadagnato un importante riconoscimento sul fronte della parità di genere.

Ma non è così semplice come pare. Sui sommergibili della classe Sauro (a Taranto ce ne sono 4) ad esempio, l’ambiente è così angusto che vige la regola della «branda calda». Chi va a montare di guardia, si alza e lascia il letto, spesso un sottile materasso sospeso sui siluri della camera di lancio, a chi ha finito il turno e deve riposare. Stessa cosa accade anche per i pasti. Ed è proprio il numero ristretto ed il particolarissimo ambiente di lavoro, che hanno contribuito a fare dei sommergibilisti un corpo a parte. Giornate intere a controllare un «nemico» che, dopo la fine della Guerra fredda ha cambiato radicalmente i connotati, è diventato «liquido», senza confini.

Una delle ultime missioni assolte dai sommergibilisti di Taranto ha permesso di documentare e smascherare un traffico di clandestini. Indagini vere e proprie svolte restando ore e ore sul fondo del Mediterraneo. Un lavoro duro, insomma, fatto solo per chi ha altissime motivazioni e un adeguato «fisique du role». Ma anche un mestiere che conserva il fascino del mistero degli abissi e la sfida alle proprie capacità e che, nell’era dei «bamboccioni», ce ne rendiamo conto, sembra aver perso un po’ del suo appeal.

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