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Sabato 21 Ottobre 2017 | 17:43

«Taranto dopo l'Ilva» Fa discutere film sulla città del futuro - Video

«Taranto dopo l'Ilva» Fa discutere film sulla città del futuro - Video
di FULVIO COLUCCI

TARANTO - In rete è ormai un fenomeno virale: «Taranto dopo l’Ilva» video di Davide Ippolito pubblicato su Youtube. Si tratta di un cortometraggio; circola in maniera vorticosa particolarmente sui social network; suscita reazioni contrastanti. L’autore immagina - con richiami suggestivi al cinema della catastrofe - il viaggio-reportage di un giovane in città, sedici anni dopo la chiusura dello stabilimento siderurgico, a dismissione (in realtà abbandono) compiuta. Il racconto è crudo, mette sul piatto il ricatto occupazionale in una luce schietta: «Nessuno dovrebbe scegliere se morire di fame o morire di tumore» dice una delle protagoniste, Serena.

Si abbonda in fotogrammi di ciminiere abbattute, impianti in disuso, strade deserte e impraticabili, costruzioni fatiscenti, tanto da ricordare un’esplosione nucleare. Taranto sembra - in alcune scene - gemellata a Pripyat la città ucraina più vicina alla centrale nucleare di Chernobyl, abbandonata dagli abitanti in fuga dopo l’esplosione del reattore nel 1986. Pripyat è da decenni borgo fantasma di ruggine e macerie. E di fuga o tentativi di fuga parlano alcuni dei protagonisti del film: Mario, (sopravvissuto, viene definito così, avvalorando il gemellaggio con la catastrofe); Francesco, ex operaio dell’Ilva, cui si affida il racconto dell’ascesa e della caduta della fabbrica, pagato a caro prezzo - malattie e morte - dai lavoratori prim’ancora che dai cittadini. Fino al muro costruito dallo Stato per impedire l’esodo dalla città senza più pane e speranze: «Gli italiani ci odiavano e noi odiavamo essere italiani».

Accostamento suggestivo, ma non peregrino - non a caso fatto dall’operaio - ai campi di concentramento e all’ odierna condizione dei migranti (ma è stato lo storico Roberto Nistri a definire i tarantini «pellerossa in fuga»). Insomma «Blade Runner» e «1997 fuga da New York» per la città dei due mari, senza più ciminiere; in un cortometraggio del nuovo realismo artistico sbocciato all’ombra dell’acciaieria (la produzione sul tema è ormai ridondante, ma questo lavoro ha il suo contrastante, inquietante, tenebroso perché). Crediamo non regga, piuttoso, la pretesa di guardare al futuro come una profezia. Per un semplice motivo: il film è già presente; forse, addirittura, già passato. Perché Taranto è così da un pezzo: è già un «deserto rosso» prodotto dal ricatto industriale. Per girare alcune scene è bastato, appunto, solo girarle. I «trucchi» non servivano. Senza Ilva, quando davvero chiuderà, crediamo la situazione possa solo migliorare. Paradossalmente. Taranto sarà sola col suo destino. Dovrà finalmente ammettere le sue colpe. E non potrà nemmeno consolarsi con le parole del filosofo Baumann citate nel finale dal protagonista. Quella speranza di salvezza dalla distruzione alimentata dalla nuova alleanza fra intellettuali e popolo. Il deserto industriale, da tempo, ha cancellato anche loro.

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