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Arcangelo, l’ultimo cavamonti «Ho domato pietra e fuoco»

Arcangelo, l’ultimo cavamonti «Ho domato pietra e fuoco»
dal nostro inviato FULVIO COLUCCI

PALAGIANELLO - Rocco andò a morire di lavoro che non aveva ancora quindici anni, nella cava di contrada Parco del casale. Era una mattina di sole, sul limitare degli anni ‘50 nel ricordo a tratti ingiallito di Vincenzo Fatiguso. Lui ha piantato alberi una vita e il cavamonti no, non lo ha fatto per una specie di patto d’amore con la terra. «Ma Rocco senza vita, schiacciato dai tufi, nelle braccia degli operai che lo raccolsero, mi sembra di vederlo qui, ora» racconta Vincenzo. «Si spezzò il cavo del mezzo sul quale il bambino metteva i tufi, nella parte bassa della cava. Gli operai issavano i blocchi in superficie con una specie di montacarichi, ma in principio non si accorsero dell’incidente. Chiamavano Rocco, nessuno rispondeva».

È Vincenzo a condurci dall’ultimo cavamonti: Arcangelo Difonzo, classe 1933. Sono amici dall’infanzia: «Ci arrampicavamo sugli alberi. Era una gara a chi raccoglieva più nidi di uccelli: passeri, fringuelli. Ogni mattina - spiega Fatiguso - faccio una brevissima sosta con l’auto sotto casa di Arcangelo. Basta un colpo di clacson e lui risponde, salutando con la mano. Di solito sta curando le piante di fave». «Con la stessa pazienza e precisione la stessa sincerità di quando andavo in campagna» ribatte il cavamonti: «Vince’ ti ricordi che meraviglia quei balconi palermitani carichi di limoni? Era il 1951 e fummo spediti insieme in Sicilia per il servizio militare». Amici di una vita. La cura della campagna, ora, per Arcangelo Difonzo è una passione in miniatura. Come il paese- presepe costruito, tutto in tufo, in vent’anni: dal 1970 al 1990 e custodito nel seminterrato di casa: «Cominciai che lavoravo alla costruzione dell’acquedotto del Sinni. A ispirarmi furono i trulli di Alberobello».

La sfida era domare la pietra. «Lascio il presepe ai miei nipoti. In fondo è la riproduzione dell’antica Palagianello. Devono essere orgogliosi della nostra storia. Mi ascoltano quando la racconto. A bocca aperta. Ricordano tutto». Le piante di fave rimandano alla zappa appresa da bambino, alle zolle rivoltate, alla corsa sugli alberi d’ulivo. L’ulivo amato, l’ulivo traditore: «Caddi una prima volta a 17 anni. Nemmeno un graffio». Ma era una sinistra profezia: «Dodici anni fa potavo ancora un ulivo. Sono stato tradito da un ramo». Come angelo caduto, il cavamonti ha rinunciato ai campi. «Sì, fino a qualche tempo fa i figli mi portavano nel pezzo di terra che abbiamo e ascoltavano i miei suggerimenti su aratura e semina».

«Sono nato contadino. Ho iniziato a lavorare a sette anni, c’era la guerra» spiega Arcangelo. «Mio padre aveva un pezzo di terra, lui era stato richiamato. La guerra, l’Africa, la prigionia. Chi aveva i cavalli li utilizzava per arare, ma chi non aveva niente, gli toccava la zappa. Ma la gioventù ti aiutava a faticare con allegria: cercavamo di finire nel tempo più breve, come la corsa su per i rami a caccia di nidi. Per un terreno come quello di mio padre, però, ci volevano settimane. D’inverno si seminava: fave, ceci, piselli, grano. Tutto a mano e con la zappa. Si cominciava la mattina presto, specialmente l’estate. Si approfittava dell’aria fresca. Ci si fermava col caldo. E si riprendeva, quando il sole dava tregua, fino al tramonto. Si zappava dove gli ulivi facevano un po’ di ombra».

Nessuno regalava l’ombra ai contadini. «Ti ricordi Arcangelo? Quando fu rimboschito u’ cuozz’, la collina sopra la cava - racconta Vincenzo, interrompendo il fluire dei ricordi del cavamonti - per stare all’ombra le maestranze si fecero una capannina di pietre. Come un muro a secco: mettevano la testa sotto per riparararsi dal sole feroce d’estate. Oppure si alzavano due muretti, si metteva una giacca sopra e ci si riposava. «A zappare andavamo io e mio fratello Peppino» torna a dire Arcangelo riannodando il filo dei ricordi. «Eravamo nove figli. Mio padre mancò per alcuni anni, ve l’ho detto: in guerra, in Africa. Io e mio fratello tirammo avanti i terreni con la zappa. Facevamo le buche per seminare il grano e poi le coprivamo. Nel mese di aprile si zappava il grano. La zappa era fissa, tutti i santi giorni. Alla scuola sono andato fino alla terza elementare; si zappava nel pomeriggio, dopo essere tornati a casa. Un pezzo di pane e tutti in campagna. Il lavoro era pesante, ma a sollevarlo c’era l’allegria. Perché il lavoro era tutto. La festa? Quando arrivava il circo in paese. Giocavamo a nascondino, malgrado la fatica dei campi. Correvamo dietro una palla di stracci. Quanto l’abbiamo inseguita, senza scarpe: tiravamo calci alla palla e alle pietre. A piedi nudi. Faceva male, ma ridevamo».

«Sono divento cavamonti a 18 anni» Qui Arcangelo spiega il primo grande cambiamento della sua vita. Perché è stato e rimane uomo di grande curiosità verso il lavoro, di grande versatilità. Quella mescolanza preistorica, quella forza del passato, insieme, di contadino e artigiano che gli permise di solcare il cielo della ricostruzione nel dopoguerra. Di essere lavoratore della terra, cavamonti, operaio specializzato. «Dovevamo costruire una casetta in campagna. C’era un tratto di tufo e mi venne l’idea di ricavare da lì i blocchi. Mi misi d’impegno, con volontà, cominciai a tirar fuori ciò che serviva. Era la fine degli anni ’40. Mio fratello mi aiutava. Un nostro parente, Sebastiano, vide la precisione che mettevo nel lavoro: segnavo una linea aiutandomi con la bacchetta di mezzo metro, la riga. Tracciavo il segno ed ero precisissimo. Poi il piccone. Per la casa tagliai 12mila tufi. Ma continuai e li vendevo. Avevo nel terreno questa piccola cava. Bisognava conoscerlo il tufo, il punto nel quale trovare quello “buono”, non troppo friabile da sbriciolarsi. Tanta gente apprezzava il lavoro. Io li “firmavo” i blocchi di tufo con la precisione del taglio.

Poi arrivò il militare, insieme all’amico Vincenzo. Il reclutamento a Palermo e poi in Calabria, a Catanzaro. La nostalgia della casa era forte, la smorzò la vicinanza dell’amico. L’unione fa la forza, riuscimmo a guadagnare la licenza per Pasqua quasi ammutinandoci, dopo 27 giorni: dall’11 marzo del 1951, quando partimmo. Le feste arrivarono i primi di aprile, non volevano darci il permesso di rientrare a casa. A Palermo, l’impressione fu quella della grande città dove le dimensioni ti spaventavano. Ma Palermo era niente rispetto a Milano».

Arriva dopo il servizio militare il terzo tempo della vita di Vincenzo. Il cavamonti cede il posto all’operaio. Mentre i solchi della cava di Parco del casale diventano più profondi per il peso dei traini e scende il livello del tufo sotto quell’incisione del 1887 e quel cognome illeggibile sul fianco ferito del monte, carico di conchiglie depositate da sconosciute e profondissime ere geologiche. La cava di Palagianello serviva la regione. Tutto il paese antico fu costruito con quei blocchi. Lì lavorava quasi certamente Stefano Diogrande, massafrese d’origine, palagianellese d’adozione, scomparso sul Carso durante la Prima Guerra mondiale: «La Pasqua verrà il 29 aprile, però io sarò in trincea. Cara moglie - scriveva Stefano - sperando come Arcangelo e Vincenzo in una licenza - ti faccio sapere che per grazia di Dio me la passo bene».

«Dopo il militare - riprende Arcangelo - emigrai a Milano e ho lavorato una decina di anni, fino al ’62, in una ditta che effettuava la manutenzione delle strade per l’Anas. Volevo cambiare, l’industria allora era un sogno. Il lavoro del piccone era duro, si cominciava prestissimo: d’estate soprattutto. L’orario era regolato dalla posizione della cava, si sfruttavano le ore più fresche. Poi col sole a picco era impossibile andare avanti. Si mangiava qualcosa, lupini, fichi, e dovevamo fermarci, riposare. Quando l’aria si rinfrescava, di nuovo al piccone. Non che il lavoro industriale non sia costato fatica. Facevo la manutenzione delle strade, cercavo e trovavo i punti dove far brillare le mine. Del contadino e del cavamonti mi portavo dietro pazienza e precisione. Sono stato comunista come mio padre e mio nonno. Loro dirigenti, io semplice iscritto. Ma quando scioperavano i contadini ero al loro fianco per solidarietà, perché mi erano compagni. Non ho mai svenduto il rispetto dell’uomo nel lavoro».

L’ultimo cavamonti, dalle molte vite, si congeda salutando con virile tenerezza Vincenzo. In lui risiede ancora il rimpianto di Scotellaro in “Passaggio alla città”. E la spiegazione del paradosso del bracciante contento, pur stretto nella dura tristezza della zappa: «Ho perduto la schiavitù contadina, non mi farò più un bicchiere contento».

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