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Martedì 19 Settembre 2017 | 19:07

Taranto, il porto affonda nella crisi

di ALESSANDRA CAVALLARO
TARANTO - Le navi che arrivavano nel terminal container del porto di Taranto vanno a Trieste ora che Evergreen ha tolto gli approdi. Mario, lavoratore Evergreen, racconta la crisi che vive da mesi l’infrastruttura portuale e sottolinea: non mi rassegno al declino. Il nuovo ricorso al Consiglio di Stato contro i dragaggi nella zona del terminal ha aggiunto infatti nuova incertezza. A Trieste c’è una banchina di 650 metri contro i 2 chilometri di Taranto
Taranto, il porto affonda nella crisi
di Alessandra Cavallaro

TARANTO - Non accetta la frase «Taranto non fa i numeri». Non riesce a mandarla giù. «Noi i numeri li abbiamo fatti, io, insieme ai miei colleghi, sono orgoglioso del lavoro svolto nel terminal container. Nel 2005 e nel 2006 tutti festeggiavano la nostra resa».

Mario è un lavoratore Evergreen, reparto Opd, oggi in cassa integrazione. Trentaquattro anni, una compagna e due figli. E’ stato assunto a 22 anni. «Mi sembra una vita fa». E’ a casa Mario, in attesa che qualcuno, a Roma, «si accorga di noi». Che la politica decida come uscire dall’impasse che intrappola il porto, da anni ostaggio di una burocrazia lentissima e di ricorsi che hanno tagliato le gambe ad una Taranto già affossata dalla crisi del siderurgico.

Mario ha scritto una lunga lettera alla «Gazzetta». La parola «orgoglioso» - nonostante gli anni alle spalle di sacrifici, presa per i fondelli, rimandi continui e lotte - rimbomba nel terminal container deserto, come mostrano le fotografie allegate al suo sfogo. Un vuoto coperto dalle nuvole di questi giorni umidi, mentre le gru sullo sfondo osservano l’asfalto deserto delle banchine. Ci vuole davvero coraggio per non crollare in un pianto liberatorio. Mario è un lavoratore sospeso nelle sospensive. Il gioco di parole è voluto. Una forzatura quasi obbligata. Il Consiglio di Stato ha infatti bloccato l’appalto dei dragaggi ad Astaldi rimandando tutto al 10 febbraio e facendo slittare la stipula del contratto con l’Autorità portuale. Decisione arrivata tre giorni dopo il via libera del Tar di Lecce, che lasciava tutto come stava e rinviava al giudizio di merito, a marzo ed aprile, i ricorsi presentati ad inizio gennaio da due aziende. Paralisi su paralisi, anno dopo anno, così come accaduto anche per i lavori di allungamento della banchina, appaltati solo alla fine dello scorso anno dopo un’infinità di carte bollate.

«Hanno dato ad Evergreen la scusa per spostare i traffici altrove» scrive Mario con tono pacato, ma alcune impennate linguistiche rivelano la sua amarezza di uomo e di lavoratore. E anche di padre. «A gennaio 2010 - Mario ripercorre le tappe salienti della crisi del terminal - abbiamo cominciato la cassa integrazione, 4-5 giorni a casa, una perdita di 100 euro sulla busta paga. Sopportabile. Ma gli umori stavano cominciando a cambiare perché noi vedevamo che il lavoro c’era, quindi ci sembrava tutta una forzatura. Alla fine del 2010, piano piano, la situazione stava tornando alla normalità, anche se restava bloccata la contrattazione di secondo livello. Nel 2011 tutto cambia e sul porto cala progressivamente il silenzio». A settembre 2011 Evergreen toglie a Taranto la linea oceanica Ces - portava circa 50-60 navi al mese nello scalo - e dirotta il traffico nel porto del Pireo. «A noi continuava a sembrare tutto assurdo perché fino a settembre avevamo movimentato quasi 700mila contenitori e di sicuro a dicembre saremmo arrivati fino a un milione - scrive ancora Mario -. Senza questa rotta, il terminal crolla, il lavoro cala, veniamo chiamati solo quando c’è il lavoro, altrimenti ci mettono in riposo aggiuntivo». A maggio 2012 ripartirà la cassa integrazione, a luglio a Roma viene siglato l’accordo per lo sviluppo del traffico merci nel porto di Taranto che prevede anche 24 mesi di ammortizzatori sociali. Accordo scaduto e ricontrattato ad ottobre 2014. Viene riconfermata l’intesa raggiunta nel 2012 sul rilancio dello scalo e riparte la cassa integrazione, garantita fino a maggio di quest’anno. Nel frattempo, a settembre 2014, viene tolta anche l’altra linea oceanica, la Uam. «Ricordo bene - dice Mario - che venne dirottata all’ultimo momento una nave mentre stava per arrivare da noi». A dicembre, poi, viene eliminata anche la linea più piccola, quella commerciale che lega Taranto al Pireo, mettendo in ginocchio anche agenzie marittime e indotto.

Il porto è ormai deserto. I lavori di ammodernamento della banchina partono con enormi ritardi, Evergreen continua a fare passi indietro, e un terminal senza lavoro è un terminal spento. Morto. «Hanno marciato sui nostri ritardi - scoppia Mario -. Qui non serve il sindacato, la protesta. Qui, per fermare questo tracollo, ci vuole una politica di Stato sul lavoro e sullo sviluppo che sia decisa, energica». E arriva anche la stoccata finale, da osservatore attento, da lavoratore sfibrato. «Mi domando a cosa serve avere potere se quel potere non viene usato per il bene comune ma solo per fini personali» conclude Mario, stremato, indebolito dagli ultimi anni senza risposte. «Ma lo sapete che le navi che arrivavano nel porto Taranto, due chilometri di banchina, ora vanno a Trieste che ha appena 650 metri di approdi?».

Ci lascia così Mario, con una domanda, senza attendere più repliche. Ritorna ad osservare da operaio, da ultimo anello della catena, quello che decidono altrove. Un altrove che, da oggi, conosce anche la sua storia.

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