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Martedì 17 Ottobre 2017 | 13:30

I Riva: non trasferite i 1.200 milioni all’Ilva Ricorso in Cassazione

di MIMMO MAZZA
TARANTO - La famiglia Riva non ci sta e ricorre in Cassazione contro il decreto con il quale lo scorso 28 ottobre il giudice per le indagini preliminari del tribunale di Milano, Fabrizio D'Arcangelo, ha disposto il trasferimento all'Ilva di un miliardo e 200 milioni sequestrati nell'ambito di una inchiesta per frode fiscale a carico di Emilio e Adriano Riva. A rischio stipendi e tredicesime dei dipendenti del siderurgico
I Riva: non trasferite i 1.200 milioni all’Ilva Ricorso in Cassazione
di MIMMO MAZZA

TARANTO - La famiglia Riva non ci sta e ricorre in Cassazione contro il decreto con il quale lo scorso 28 ottobre il giudice per le indagini preliminari del tribunale di Milano, Fabrizio D'Arcangelo, ha disposto il trasferimento all'Ilva di un miliardo e 200 milioni sequestrati nell'ambito di una inchiesta per frode fiscale a carico di Emilio e Adriano Riva. È stato lo studio legale Bana, che assiste Adriano Riva (Emilio Riva è morto il 30 aprile scorso, il curatore che segue la sua eredità giacente per via della rinuncia fatta da tutti gli eredi, non si oppose al trasferimento dei soldi) ad impugnare il provvedimento, chiedendo alla Suprema Corte di dichiarare l'illegittimità della decisione assunta dal giudice D'Arcangelo. A finire nel mirino dei legali di Adriano Riva è la norma contenuta nel decreto «Ilva-Terra dei fuochi» che permette l’utilizzo delle somme sequestrate in altro procedimento ai fini del risanamento ambientale del siderurgico di Taranto. Lo studio Bana aveva già rimarcato, durante la camera di Consiglio svoltasi a metà ottobre, il contrasto fra tale decreto e il principio comunitario del giusto processo, sottolineando come Adriano Riva sia solo indagato nel procedimento penale di Milano e dunque un eventuale esproprio delle somme a lui confiscate, avverrebbe in chiara violazione non solo e non soltanto del principio di non colpevolezza sancito dalla Costituzione italiana, ma anche della consolidata giurisprudenza della Corte europea dei diritti dell’uomo.Nel suo provvedimento il gip D'Arcangelo ritenne però infondate le questioni sollevate dalla difesa, sostenendo che la norma la cui applicazione era stata invocata dallo studio dell'ex ministro Paola Severino per conto della gestione commissariale dell'Ilva, era del tutto lineare e pertinente, tanto da disporre che le somme sequestrate, custodite in trust disseminati tra la Svizzera e le isole del Canale, fossero trasferite all'Ilva sotto forma di emissione di nuove azioni, da intestare al fondo unico-Equitalia Giustizia, una formula che però qualche giorno fa era finita nel mirino della Commissione europea, secondo la quale si poteva ipotizzare un aiuto di Stato, visto che di fatto lo Stato si sarebbe ritrovato nel capitale azionario di una società privata.

Il ricorso presentato dallo studio Bana non ha giuridicamente effetti sospensivi del decreto del gip D'Arcangelo ma li ha di fatto: i trust, infatti, subito dopo la notifica hanno bloccato le procedure di trasferimento delle somme mentre il pool di banche con le quali il commissario dell'Ilva Piero Gnudi aveva concordato un prestito ponte di 250 milioni, erogato per metà a settembre, ieri hanno fatto sapere che in assenza di garanzie, non assicureranno la seconda tranche, indispensabile per garantire a dicembre il pagamento dello stipendio di novembre, della tredicesima e del premio di produzione. Una situazione finanziaria pesantissima che già oggi potrebbe essere al centro di un contatto tra Gnudi e il premier Renzi: il commissario vuole dal Governo un intervento autorevole da un lato per frenare le iniziative della Commissione europea e dall'altro per garantire la liquidità necessaria per gestire l'azienda in queste settimane, in attesa della concretizzazione delle trattative avviate per la cessione.

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