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Martedì 26 Settembre 2017 | 22:03

«Omicidio Scazzi» Via a processo d'appello

TARANTO - Il 20 aprile 2013 la Corte di Assise di Taranto ha condannato madre e figlia al carcere a vita. Venerdì prossimo, 14 novembre, le porte di un’aula di giustizia si riapriranno a Taranto per il processo d’appello. In quella stessa aula di giustizia potrà entrare, ancora da uomo libero, Michele Misseri, oggi sessantenne, padre di Sabrina e marito di Cosima, colui che in tutti questi anni ha calamitato l'attenzione del caso Scazzi.
«Omicidio Scazzi» Via a processo d'appello
TARANTO – Lei ha oggi 28 anni, è in carcere da più di quattro e con la prospettiva di finire lì i suoi giorni perchè ha sulle spalle il terribile fardello di una condanna all’ergastolo. La madre di anni ne ha 59, è entrata nella stessa cella della figlia pochi mesi dopo e il suo futuro potrebbe restare rinchiuso in quel pugno di metri quadrati. Sabrina Misseri e Cosima Serrano hanno condiviso negli ultimi anni paure, timori, sofferenze ma anche le telecamere e un processo durato 14 mesi, indicate quali presunte colpevoli dell’omicidio di Sarah Scazzi, la quindicenne di Avetrana (Taranto) – cugina di Sabrina e dunque nipote di Cosima - scomparsa il 26 agosto 2010, strangolata lo stesso giorno (per l'accusa nella villa dei Misseri) e i cui resti vennero trovati in un pozzo la notte tra il 6 e il 7 ottobre successivi.

Il 20 aprile 2013 la Corte di Assise di Taranto ha condannato madre e figlia al carcere a vita. Venerdì prossimo, 14 novembre, le porte di un’aula di giustizia si riapriranno a Taranto per il processo d’appello. In quella stessa aula di giustizia potrà entrare, ancora da uomo libero, Michele Misseri, oggi sessantenne, padre di Sabrina e marito di Cosima, colui che in tutti questi anni ha calamitato l'attenzione del caso Scazzi. In primo grado la Corte di Assise di Taranto gli ha inflitto otto anni di reclusione ritenendolo colpevole di concorso in soppressione di cadavere. Fu lui a confessare il delitto e a far ritrovare i resti della povera Sarah, ma pochi giorni dopo chiamò in correità la figlia indicandola, di fatto, come la reale autrice dell’omicidio della povera Sarah. Non ha mai tirato in ballo la moglie, ma dalla fine del 2011 ha cercato nuovamente di addossarsi tutte le responsabilità del delitto con motivazioni che però non hanno convinto la Procura e soprattutto la Corte di Assise. E' lui il fulcro dell’inchiesta e del processo, anche se il giudizio di primo grado ha visto la condanna di nove imputati accusati di reati diversi.

Tutti hanno fatto ricorso, ma per un imputato la Corte di assise di appello dovrà dichiarare l'estinzione del reato perchè Cosimo Cosma, nipote di Michele Misseri, al quale erano stati inflitti sei anni per concorso in soppressione di cadavere, è morto il 7 aprile scorso per una grave malattia. Gli altri imputati che cercheranno di far valere le loro ragioni dinanzi ai giudici di appello sono Carmine Misseri, fratello di Michele, anche lui condannato a sei anni per concorso in soppressione di cadavere; l’ex legale di Sabrina, Vito Russo jr, al quale vennero inflitti due anni per favoreggiamento personale; e infine altri tre condannati per favoreggiamento, Giuseppe Nigro (un anno e quattro mesi), Antonio Colazzo e Cosima Prudenzano (un anno di reclusione ciascuno).

In aula ci saranno certamente i famigliari di Sarah, a cominciare dalla madre Concetta Serrano, i cui sguardi potrebbero di nuovo incrociarsi con quelli della sorella Cosima e della nipote Sabrina. Entrambe – Cosima e Sabrina – hanno sempre respinto tutte le accuse, e soprattutto Sabrina non ha mai smesso di cercare di allontanare da sè l’accusa di aver nutrito gelosia per la cugina Sarah, invaghitasi come lei di un giovane del paese, Ivano Russo, e di averla per questo motivo eliminata in un gesto di impeto. Ma il 27 giugno scorso la Cassazione ha rigettato una ulteriore richiesta dei legali di Sabrina di concederle almeno gli arresti domiciliari. Sabrina "ha una personalità portatrice di accentuata pericolosità e propensione a delitti" hanno scritto i giudici nelle motivazioni, oltre ad una "propensione ad ostacolare l'accertamento della verità".

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