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Ginosa in mezzo al guado dopo l'alluvione del 2013

di MICHELE PACCIANO
Ginosa, come Genova, il fango, si dimentica presto in un fiume di retorica, e quasi subito i morti non hanno più neanche un nome, se non nel cuore dei loro cari. Scatta un naturale meccanismo di difesa, ma è troppo comodo nascondersi dietro “Gli angeli del fango”. Ad un anno esatto dalla tragica alluvione dell’ottobre 2013, che costò quattro vittime, Ginosa s’interroga su se stessa e si riscopre asfittica
Ginosa in mezzo al guado dopo l'alluvione del 2013
di MICHELE PACCIANO

Ginosa, come Genova, il fango, si dimentica presto in un fiume di retorica, e quasi subito i morti non hanno più neanche un nome, se non nel cuore dei loro cari. Scatta un naturale meccanismo di difesa, ma è troppo comodo nascondersi dietro “Gli angeli del fango”. Ad un anno esatto dalla tragica alluvione dell’ottobre 2013, che costò quattro vittime, Ginosa s’interroga su se stessa e si riscopre asfittica, priva di un reale tessuto connettivo, dibattuta tra povertà nascoste e speranze sopite e rannicchiate sull’oggi, terra di confine, che non riesce a decollare, sembra un angelo caduto, che ha ritirato le ali, sospeso, tra un passato agricolo e un futuro industriale e terziario che non arriva, e quando arriva, porta spesso precarietà e disillusione, come dimostrano le grandi vertenze Natuzzi e Miroglio, unite ai tanti casi di quotidiana indigenza, disperata, ma anche dignitosa, che le Caritas parrocchiali toccano ogni giorno con mano.

La gente è sfiduciata, incapace di guardare oltre, pressata dai bisogni quotidiani che si fanno necessità di pura sopravvivenza. La Chiesa si affianca alle istituzioni nella gestione dell’ordinaria emergenza, ma non basta, noi, che facciamo, come reagiamo, da uomini, da cittadini e da cristiani? In questo clima ripiegato su se stesso, anche una mostra di Beneficienza, come quella organizzata dall’Operazione Mato Grosso presso la Residenza sanitaria assistita “Villa Genusia per aiutare le popolazioni del Perù e le missioni alle pendici delle Ande, può essere la spia di un torpore generalizzato e soffocante.

Tutti parlano di solidarietà, ma a farsi carità silenziosa e operosa, sono quasi sempre i piccoli, i singoli, le associazioni di strada come l’Anffas, che ogni giorno, si rimboccano le maniche in aiuto dei disabili gravi e dei veri poveri, mentre i grandi, quelli che dovrebbero e potrebbero, dame e cavalieri, intabarrati in fastosi e vuoti mantelli, o sodalizi e confraternite di antica, gloriosa e danarosa tradizione, quasi sempre, latitano. Anche le imprese, le banche, i medici e professionisti, sono in gran parte mancati. Avevano troppo da fare?
La mostra è durata dieci giorni, se si vuole, il tempo per fare del bene, si trova sempre. Ci consola a metà la solerte, unanime e doverosa partecipazione dell’Amministrazione Comunale. Forse, purtroppo, non è stata d’esempio. Solo dai giovani viene un soffio di speranza, hanno formato un’orchestra, messo in musica le loro emozioni per non dimenticare. Speriamo siano loro ad inventarsi un futuro, senza invecchiare troppo presto.

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