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Mercoledì 18 Ottobre 2017 | 04:10

Petrolio di «Tempa Rossa» a Taranto: già deciso a Roma

di MIMMO MAZZA
TARANTO - Porta la data del 16 aprile del 2010 l’avvio delle procedure per la valutazione di impatto ambientale del progetto di adeguamento delle strutture della raffineria Eni di Taranto per lo stoccaggio e la movimentazione del greggio proveniente dal giacimento lucano denominato «Tempa Rossa». Più, insomma, di quattro anni, trascorsi tra riunioni, conferenze, verifiche, azioni di lobby, concluse il 17 luglio scorso con il sostanziale via libera ai lavori. Il Comune è stato ignorato. Rischio aumenti emissioni
Petrolio di «Tempa Rossa» a Taranto: già deciso a Roma
MIMMO MAZZA
TARANTO - Porta la data del 16 aprile del 2010 l’avvio delle procedure per la valutazione di impatto ambientale del progetto di adeguamento delle strutture della raffineria Eni di Taranto per lo stoccaggio e la movimentazione del greggio proveniente dal giacimento lucano denominato «Tempa Rossa». Più, insomma, di quattro anni, trascorsi tra riunioni, conferenze, verifiche, azioni di lobby, concluse il 17 luglio scorso - come rivelato dalla Gazzetta - con il sostanziale via libera ai lavori, così come deciso da due ministeri (Ambiente e Sviluppo Economico) e dalla Regione Puglia (il Comune di Taranto non è stato invitato).

Due i provvedimenti governativi che fanno da supporto a tutta l’operazione che vede coinvolta la Total (proprietaria dello stabilimento lucano assieme a Shell e Mitsui) e l’Eni (proprietaria delle aree nelle quali saranno realizzati i due maxi serbatoi destinati ad accogliere il greggio poi destinato a prendere la via del mare tramite un pontile appositamente attrezzato). Il primo porta la firma degli allori ministri Stefania Prestigiacomo (Ambiente) e Giancarlo Galan (Beni culturali) che il 27 ottobre 2011 decretarono la compatibilità ambientale del progetto presentato dall’Eni, progetto che prevede opere a valle di quello - è bene tenerlo a mente - che è considerata una infrastruttura strategica (delibera del Cipe del 23 marzo 2012), ovvero il giacimento di idrocarburi denominato «Tempa Rossa», nell’ambito della concessione di coltivazione di idrocarburi denominata «Gorgoglione». Secondo il Cipe, lo sviluppo del giacimento in questione, unitamente allo sviluppo del giacimento denominato «Val d’Agri», consentirà di coprire circa il 10 per cento del fabbisogno energetico nazionale per una durata di circa 20 anni e di fornire quindi «un notevole contributo alla riduzione della dipendenza del Paese dall’estero per l’approvvigionamento energetico». E siccome la raffineria di Taranto è collegata al giacimento «Val d’Agri», di proprietà dell’Eni, da un oleodotto, era naturale far giungere, tramite lo stesso oleodotto, il greggio (due milioni e 700mila tonnellate all’anno) di Tempa Rossa a Taranto. Solo che, in questo caso, la proprietà (Total) è diversa e dunque invece di farlo raffinare a Taranto, pagando l’Eni per il servizio, si è scelta la via dei maxi-serbatoi di stoccaggio e della realizzazione di una nuova piattaforma offshore, collegata alla piattaforma già esistente, dotata di due accosti che permettano l’attracco di navi da un minimo di 30.000 tonnellate ad un massimo di 45.000 tonnellate per l’esportazione del greggio Val D’Agri e di navi da un minimo di 30.000 tonnellate ad un massimo di 80.000 tonnellate per l’esportazione del greggio Tempa Rossa; il prolungamento del pontile esistente per una lunghezza totale di 324 metri.

Leggendo il documento presentato dall’Eni in sede ministeriale, si apprende, poi, che «la durata della fase di cantiere di costruzione dei nuovi impianti è stata stimata su base statistica in circa 24 mesi, comprensiva della fase di realizzazione delle opere civili e della fase dei montaggi elettromeccanici delle varie componenti del progetto. Il cantiere impiegherà circa 53 operatori, tra lavori civili, meccanici ed elettrici».

Numeri non roboanti, distanti dai 300 posti di lavoro annunciati ad esempio da Confindustria nella manifestazione dello scorso 1 agosto e da quelli che Total, indugiando non poco nella propaganda, invece contempla sul suo sito web.

Pesante, invece, il bilancio ambientale (sempre fonte Eni). «Le uniche emissioni in atmosfera di tipo convogliato generate dalle nuove installazioni saranno quelle dall’impianto recupero vapori. Il nuovo impianto integrerà l’impianto recupero vapori - si legge nel documento - attualmente esistente e propedeutico alle attività di carico delle due piattaforme. L’efficienza di recupero del nuovo sistema sarà pari al 98%, in linea con le migliori tecniche disponibili. Le portate saranno discontinue nel tempo, strettamente collegate alle operazioni di carico batch previste nella movimentazione. La raffineria ha stimato un quantitativo di vapori dalla caricazione del greggio Tempa Rossa pari a circa 1.300.000 chili all’anno. I nuovi impianti di recupero vapori permetteranno di convogliare e trattare tali streams gassosi in modo da recuperare parte degli idrocarburi, limitando il rilascio di sostanze in atmosfera. Gli scarichi gassosi finali dagli impianti di recupero vapori saranno tali da rispettare i limiti di legge, in linea con valori di performance delle migliori tecnologie disponibili secondo le Bat di settore e sono stimati pari a circa 26.000 chili all’anno di composti organici volatili (Voc). Il contributo delle nuove installazioni alle emissioni convogliate di raffineria può essere considerato trascurabile. Le nuove installazioni genereranno emissioni diffuse e fuggitive in corrispondenza delle nuove aree di stoccaggio e in corrispondenza degli accordi flangiati (stazioni di pompaggio, stazione di raffreddamento), aumentando le emissioni diffuse/fuggitive complessive di raffineria di circa il 11-12%. Tale incremento è determinato principalmente dalla superficie dei nuovi serbatoi, di dimensione atta a contenere il quantitativo di greggio movimentato. Le perdite di frazione volatile lungo le linee saranno rese poco significative dalla messa in posa di tubazioni saldate. L’incremento delle emissioni diffuse/fuggitive dall’impianto di trattamento acque può essere considerato trascurabile».

Dunque, Tempa Rossa sarà un affare per lo Stato (che infatti ha definito strategica l’opera, e dunque in quanto strategica calabile dall’alto senza «se» e senza «ma»), sarà un buon business per Total e soci (che estrarranno il petrolio dalla Basilicata, lo faranno arrivare a Taranto e poi lo raffineranno dove avrà più convenienza, facendo giungere per tale traffici ben 90 petroliere all’anno tra le Cheradi e il molo di punta Rondinella), per l’Eni (che quand’anche dovesse decidere di chiudere, come minacciato, la raffineria tarantina, potrà sempre contare su quanto Total pagherà per l’uso di serbatoi e pontili), per la Basilicata (che già gode delle royalties e degli altri benefit garantiti da compagnie petrolifere e Stato), per l’azienda, o le aziende, a cui saranno affidati i lavori (che impiegheranno, lo ribadiamo, 53 persone per 24 mesi, che probabilmente un lavoro già ce l’hanno).

Per la città di Taranto, invece, l’aumento dell’11-12% delle emissioni diffuse-fuggitive di composti organici volatili (probabilmente causa dell’insopportabile tanfo che aggredisce spesso Borgo, Tamburi e città vecchia) e la consapevolezza di non contare nulla a livello governativo, quanto scelte strategiche per il destino dell’Italia (ai polmoni dei tarantini, poco strategici, chissà chi ci pensa) vengono prese senza nemmeno consultarci.

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