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Mercoledì 18 Ottobre 2017 | 16:58

Da Grottaglie al Brasile «Il mondiale nella favela»

di FULVIO COLUCCI
La grande bellezza è negli aquiloni. «A Rocinha ce ne sono tanti, credimi. Sono stato egosita? Ma sì chiamiamolo pure egoismo. Lo so, vuoi usare l’immagine del Brasile e dei mondiali. Io il mio mondiale l’ho vinto da tempo nella favela di Rocinha. La squadra era l’associazione onlus “Il sorriso dei miei bimbi”. La storia di Marco Loiodice
Da Grottaglie al Brasile «Il mondiale nella favela»
di FULVIO COLUCCI

La grande bellezza è negli aquiloni. «A Rocinha ce ne sono tanti, credimi. Sono stato egosita? Ma sì chiamiamolo pure egoismo. Lo so, vuoi usare l’immagine del Brasile e dei mondiali. Io il mio mondiale l’ho vinto da tempo nella favela di Rocinha. La squadra era l’associazione onlus “Il sorriso dei miei bimbi”. Loro, i piccoli dal sorriso d’aquilone, attraverso il gioco, mi hanno insegnato tutto».
Marco Loiodice, 36enne di origine grottagliese poi emigrato al nord, la scelta radicale l’ha spiegata sul suo blog: finestrasullafavela.wordpress.com: «Mi sono laureato in ingegneria elettronica, ho fatto per sette anni il consulente nel campo dell’Information Technology, con Accenture, multinazionale di consulenza, e per più di due anni ho rivestito il ruolo di Project Manager per Mediaset, sempre nell’ambito dei sistemi informatici aziendali. A fine 2011 ho scelto di lasciare questo tipo di lavoro: da impiegato, a tempo indeterminato, per scopi ultimi di profitto, peraltro di qualcun altro».

«Scegliere la favela, mollando tutto il resto, dedicarsi ai bambini poveri dell’area suburbana di Rocinha a Rio de Janeiro è quell’atto di egoismo» racconta alla “Gazzetta”. «Lasciare un lavoro sicuro e riprendersi la propria vita, fare in modo che essa assomigli in ogni istante a ciò che si ritiene di essere nel profondo, ai propri valori, ai propri ideali e ai propri desideri».
«Dobbiamo a noi stessi, quell’atto d’egoismo. È cambiamento. Il viaggio è diventato lavoro di cooperazione. Mi riprendo la vita e imparo da un popolo formidabile e prima ignoto, e quest’ultimo trae beneficio dal mio lavoro».

Così i giorni di Marco si sono messi in cammino a cercare la vita. «Il popolo della favela Rocinha mi ha insegnato l’amore per la vita. Non sono ancora riuscito e forse per mia natura non riuscirò mai ad assimilare in pieno questo insegnamento: da buon occidentale mi tengo le mie malinconie, ma non smetterò di provare ad amare la vita. Nel mio blog ho dedicato un racconto agli aquiloni. Immagino un raggio di sole che mentre cala verso la linea del mare scorge un campo di aquiloni danzanti in cielo. Tingono l’aria di bianco, viola, azzurro, giallo e verde, e sono fatti di materia di sogno, con i contorni sfumati dalla foschia rosa e arancione. I bimbi, pilotando gli aquiloni, agitano i tetti di favela con le guance rosse per la felicità, e toccano il cielo con le mani, che salgono fin lassù lungo il filo di nylon. Il cielo azzurro, rosa, violaceo e blu, è tagliato da quel raggio rosso, che è attratto dai bimbi e dagli aquiloni, e da questi si lascia corteggiare.

La favela ha una popolazione molto giovane: per la bassa speranza di vita (principalmente a causa della carenza di infrastrutture sanitarie) e per l’alta natalità (fenomeno che sottende un’altissima incidenza di gravidanze precoci). Per questo, appena entri, il primo aspetto che ti impressiona è la quantità di bimbi ovunque: ridono, saltano sui tetti, corrono per le strade e inventano giochi con quel poco a disposizione. Quello degli aquiloni è un gioco povero: filo di nylon e carta».

«Soprattutto in primavera e in estate, fuori dall’orario scolastico, il cielo si colora di pipas, di aquiloni che bimbi, giovani e adulti fanno volare. Tanti i giochi improvvisati. Immancabile il calcio. Quello con la favela Rocinha e con la Onlus “Il Sorriso dei miei Bimbi” è stato un incontro casuale che ha aperto ad una appassionante collaborazione durata più di due anni e che intendo portare avanti. La Onlus nasce nel 2002 da un progetto di Barbara Olivi, reggiana che vive nella favela da oltre quindici anni. La Onlus si occupa di educazione infantile e formazione giovanile, intesi comemezzi di riscatto sociale, di difesa dei diritti umani e di mantenimento di pace. Sono attivi vari progetti: Saci Sabe Tudo, la scuola materna per bimbi in età prescolare; Projeto Jovem, il progetto dedicato agli adolescenti; Alfabetização em Ação, il progetto di alfabetizzazione aperto a tutte le età. Si tratta di progetti a frequenza e durata annuale che da anni propongono un percorso continuo di educazione a spezzare il ciclo vizioso “carenza di educazione-scarse prospettive di vita-violenza-emarginazione”.

L’avvio del Garagem das Letras, un caffè letterario di favela, un progetto di formazione professionale per giovani, è il prossimo obiettivo. Pe quanto riguarda me, continuerò in quell’atto di egoismo: essere una parte di tutto il mondo e non solo di una ridotta isola felice o infelice». «Per me è importante la scrittura. Il mio blog si affaccerà su emarginazioni e periferie. Progetto racconti e romanzi. Anche questo per sentirmi, come ti dicevo, cittadino del mondo. A Rio de Janeiro c’è la statua del Cristo Redentore, che rappresenta la croce e cioè il sacrificio al cospetto dell’umanità. La città di Rio de Janeiro è parte integrante dell’opera, e rappresenta, appunto, l’umanità intera. Siamo tutti coinvolti e tutti stiamo insieme. Come non sentire proprie le struggenti contraddizioni, per esempio, quando si pensa all’Africa, ai Territori palestinesi occupati, alle favelas, all’estremo Oriente e a tutti quei luoghi nei quali, secondo le notizie che ci sfiorano, si verificano accadimenti tragici, che peraltro restano per lo più oscuri, surreali perché distanti? Rio de Janeiro condensa tutte queste contraddizioni.

Così qui trovi il quartiere poverissimo da questo lato della strada e il quartiere ricchissimo dall’altro. Non so se il Brasile possa essere considerato una nuova frontiera: non lo so perché incarna tutte queste forti contraddizioni. Da una parte hai un livello di difesa dei diritti umani e di democrazia che per utilizzare un eufemismo definirei migliorabile. Soprattutto nella favelas, le condizioni di vita sono tragicamente carenti, così come la qualità della sanità e dell’educazione. Dall’altra i governi del passato, soprattutto quelli di Lula, hanno prodotto misure concrete che tanto per fare un esempio hanno ridotto gli abitanti a rischio di morte di fame, attuando una forma di socialismo innovativa che ha anche favorito gli investimenti esteri, da cui i cosiddetti “me ga-eventi” come i Mondiali e le Olimpiadi.

Il futuro del Brasile? Occorre risolvere i problemi devastanti di corruzione della classe politica, la violenza della polizia militare ai danni del popolo, la carenza di infrastrutture sanitarie e di educazione, la bonifica delle favelas: il popolo che vi abita potrebbe rappresentare una straordinaria risorsa a favore dell’intero Paese. La sensazione è che questo non avverrà a breve».

«Mio padre è stato il primario pediatra dell’ospedale San Marco di Grottaglie per quindici anni, stimato nel tarantino e oltre. Già allora, sebbene io abbia vissuto a Grottaglie solo fino alla mia prima adolescenza, grazie alla sua attività ho potuto scorgere i disastri sulle periferie (in senso lato) ad opera della noncuranza e della corruzione delle classi di potere. E ho sentito parlare dei danni provocati dall’inquinamento. Ho saputo del “filo rosso” che lega il quartiere Tamburi di Taranto a quello della città brasiliana di Açailandia, Piquià de Baixo: l’inquinamento delle industrie siderurgiche. Un tratto comune che lega tutti i Sud del mondo: terre bellissime distrutte nel paesaggio e segnate pesantemente e irrimediabilmente nella salute della popolazione. In una vicenda come questa, la cooperazione internazionale e la globalizzazione dovrebbero essere interpretate nella chiave del dialogo e della condivisione di esperienze che partono da problemi comuni. E i popoli devono alzare la voce.

Non dimentico l’episodio di Amarildo, uomo scomparso in Brasile nell’estate del 2013, massacrato e ucciso dalla polizia militare. Solo a seguito di manifestazioni della famiglia i media hanno ripreso il caso e qualche poliziotto è stato arrestato. Ma non si sa ancora dove sia il corpo e chi abbia dato il comando e perché. Inoltre Amarildo è stato il primo caso di scomparsa ripreso dai mass-media. Prima di lui, di tanti desaparecidos è stato consentito di sapere solo entro le mura invisibili e tangibili della favela».

Le condizioni dei ghetti suburbani disegnano scenari di moderna schiavitù: «Dalle fogne a cielo aperto alle malattie alla mancanza di istruzione - ricorda Marco Loiodice - e di tutto ciò la maggior parte della popolazione che abita fuori dalla favela non sa nulla. Il muro di emarginazione fa ritenere che dentro ci siano solo narcotrafficanti e approfittatori della società, quando invece solo a Rio, nelle più di mille favelas abita un terzo della città (tre milioni di abitanti su dieci milioni), e della città questa gente costituisce la forza di lavoro a basso costo. Qualcuno, non a torto secondo me, denuncia che la schiavitù in Brasile non è mai finita».

Il calcio resta una mozione d’affetti e sentimenti. Malgrado tutto: «Quando gioca il Brasile i vicoli si colorano del verde della natura, del giallo dell'oro, e del blu e bianco della notte stellata, i colori della bandiera. I bimbi a scuola sono tutti vestiti con la maglietta della squadra. Questo popolo dichiara quotidianamente così l’amore per la vita festeggiando. Ma si vince ristabilendo l'equilibrio, distribuendo le risorse su sanità ed educazione e combattendo la corruzione della classe politica». Walter Benjamin scrisse: «È solo dai disperati che può arrivare la speranza».

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