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L'inchiesta

Ilva, Procura Taranto: rispettate
40 prescrizioni su 42: archiviare
accuse per commissari e tecnici

In 7 pagine la richciesta firmata dal procuratore capo Capristo e dai sostituti Epifani, Buccoliero, Cannarile e Graziano ribadendo l'archiviazione

pm Carlo Maria Capristo

TARANTO - Quaranta prescrizioni su 42 rispettate entro il termine intermedio - proprio uno di quei termini finiti sotto i riflettori dell’Anac nella relazione inviata l’altro giorno al vicepremier Di Maio - del 31 luglio 2015. Un così lieve scostamento, peraltro poi chiarito dall’Ispra il 23 ottobre dello stesso anno, ovvero tre mesi dopo la data da rispettare, che non permette di parlare di «una condotta inerte», né tantomeno di una responsabilità «degli indagati per avere continuato una attività produttiva consentita espressamente dalla legge, per non avere adempiuto alla prescrizioni di un piano il cui contenuto non era affatto chiaro».

La Procura di Taranto, con una richiesta articolata in sette pagine e firmata dal procuratore capo Carlo Maria Capristo e dai sostituti Remo Epifani, Mariano Buccoliero, Giovanna Cannarile e Raffaele Graziano, insiste nel sollecitare l’archiviazione dell’inchiesta che vede indagati per getto pericoloso di cose e gestione non autorizzata di rifiuti Piero Gnudi, uno dei tre commissari straordinari dell’Ilva, il suo predecessore Enrico Bondi, e gli ex direttori della fabbrica Antonio Lupoli e Ruggero Cola. Il gip Vilma Gilli respinse una prima volta la richiesta di archiviazione presentata dalla Procura, ordinando nuovi accertamenti sul rispetto del piano ambientale tramite i custodi giudiziari del siderurgico (Barbara Valenzano, Claudio Lofrumento ed Emanuela Laterza).

Il fascicolo era stato aperto a seguito delle segnalazioni fatte dagli stessi custodi giudiziari e dagli esposti presentati in Procura dalle associazioni ambientaliste come Peacelink e Fondo Antidiossina, segnalazioni dalle quali emergeva un quadro di emissioni e violazioni ambientali non così radicalmente diverso da quello per il quale ex proprietari ed ex dirigenti sono alla sbarra nel processo «Ambiente svenduto».

La Procura il 7 aprile del 2016 chiese la prima volta l’archiviazione, sostenendo che «non sono ancora scaduti i termini entro cui i responsabili aziendali sono tenuti ad attuare le prescrizioni Aia, confluite nel piano ambientale» e che comunque opera «l’esimente prevista dal decreto del governo Renzi del gennaio 2015» secondo cui «le condotte poste in essere in attuazione del predetto piano non possono dare luogo a responsabilità penale o amministrativa del commissario straordinario o dei soggetti da questo funzionalmente delegati».

Il collegio di difesa ha sempre sostenuto, forte di consulenze di parte, che al 31 luglio del 2015 erano state adempiute l’80% delle prescrizioni previste dal piano ambientale, ferma restando l’immunità prevista dai decreti salva Ilva. Secondo i custodi giudiziari Valenzano, Lofrumento e Laterza, invece, il traguardo dell’80% per cento di prescrizioni adempiute al 31 luglio 2015 non sarebbe stato compiutamente tagliato. Non in misura tale, però, per la Procura che insiste nella richiesta di archiviazione, sostenendo che «anche a considerare le osservazioni dei custodi sulle prescrizioni analizzate, parlare di inerzia nell’esecuzione del piano appare non in linea con i fatti accertati». Certo, poi c’è il capitolo sul tipo e sull’efficacia - per l’aria di Taranto e la salute dei tarantini -delle prescrizioni da rispettare perché nel caso dell’Ilva l’ottenimento di un certificato vale quanto la copertura dei parchi minerali (400 milioni di euro e due anni di lavori) ma la Procura sul punto è secca: «quando le prescrizioni erano in corso di esecuzione da parte degli indagati, gli stessi ancora non sapevano quali doveva essere quelle da realizzare e quali no». Merito, o colpa (dipende dai punti di vista) del decreto salva Ilva licenziato dal governo Renzi il 5 gennaio del 2015 e dunque di responsabilità politiche e non certo penali.[Mimmo Mazza]

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