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Venerdì 22 Settembre 2017 | 13:54

Paparesta, quello che... non si dà pace

Ospite della trasmissione Quelli che... il calcio, l'ex arbitro barese parla della vicenda che lo ha visto protagonista, da Calciopoli all'estromissione dall'Aia. Ha detto di essere stato «fatto fuori dal sistema. Ho sempre dimostrato la mia estraneità»
Paparesta, quello che... non si dà pace
Calcio - L%u2019arbitro Gianluca PaparestaMILANO – Estromesso dal suo mondo senza un perchè. Gianluca Paparesta non si dà pace. Coinvolto e poi uscito senza macchia dallo scandalo di calciopoli, l’ex direttore di gara ha provato in tutti i modi a tornare in campo per fare quello che aveva sempre fatto, arbitrare. Una battaglia che ha proseguito anche quando, la scorsa estate, l’Aia l’aveva dismesso per motivi tecnici, una spiegazione per lui inaccettabile, al punto da pensare, come ha scritto nel suo blog, di essere stato «fatto fuori dal sistema». Una sensazione che ha avuto «rileggendo determinate conversazioni negli atti contenuti nel fascicolo legato a calciopoli – racconta oggi, ospite di Quelli che... il calcio – Ho chiesto al procuratore federale Palazzi un’audizione perché mi sono imbattuto in una conversazione telefonica in cui un allora altissimo dirigente federale e Moggi, parlando della giustizia all’interno del mondo dello sport, dicevano che chi non era funzionale al sistema dava fastidio e ho rivisto in questa conversazione quello che è toccato a me».

Paparesta ripercorre la sua vicenda, tutti i procedimenti di cui è stato oggetto e dove è sempre riuscito «a dimostrare la mia estraneità. Dopo averlo fatto ero pronto a rientrare ma l’allora presidente dell’Aia Gussoni e il designatore Collina mi dissero di aspettare ormai la fine dello scorso campionato per riprendere ad arbitrare nel nuovo». Ma le cose non sono andate così. «A fine giugno hanno deciso di mandarmi via per motivi tecnici» ma le motivazioni, spiega l’ex direttore di gara, sono arrivate dal Comitato nazionale dell’Aia e non, come previsto, dal designatore Collina.

«Tutti i gradi della giustizia amministrativa mi hanno dato ragione – insiste Paparesta – mancava il parere del designatore, che poi è arrivato: non avendo arbitrato per un anno non potevo più arbitrare. Eppure Collina, davanti ad altre persone tra cui lo stesso Gussoni, mi disse quando ci eravamo incontrati che mai e poi mai avrebbe espresso un giudizio tecnicamente negativo sulla mia posizione».

Paparesta, insomma, non l’accetta. «L'anomalia è che chi è ancora a giudizio oggi arbitra regolarmente, mentre chi ha dimostrato la propria estraneità non arbitra – prosegue –. Non vorrei che pesasse il fatto che sono testimone d’accusa per il processo di Napoli». L’ex arbitro spiega poi di non parlare di sistema, quanto piuttosto di «intrecci, di relazioni tra persone appartenenti a questo mondo. La mia battaglia è questa: cercare di capire chi e perché non mi fa rientrare. Nomi? Se li sapessi già li avrei denunciati. Se sto facendo questa battaglia è perché credo sia necessario fare luce su determinate cose e perchè quello che mi manca di più, oltre al campo, è il fatto che mio figlio, appassionato di calcio, non possa vedere suo papà che era in campo e meritava di esserci. Io non ho mai accusato nessuno, ho solo cercato di dimostrare la mia estraneità, dopo che ho risolto tutto, e ci ho messo parecchio tempo, ero pronto a tornare e lo sono tutt'ora, volessero provarmi anche per una sola partita...».

Paparesta torna poi a parlare del famoso Reggina-Juventus del novembre 2004 in cui finì chiuso negli spogliatoi, o così comunque raccontò Moggi. «In effetti ci sono stati episodi molto contestati in quella partita – racconta Paparesta –. Non avevo visto un rigore evidente a favore della Juve e avevo annullato loro il gol del pareggio all’ultimo secondo per fuorigioco. Si è scatenato così il putiferio, come avviene in tutte le partite, alcuni dirigenti della Juve hanno avuto accesso negli spogliatoi e si sono lamentati in maniera forte e dura nei miei confronti. Ma da qui a dire che sono stato rinchiuso negli spogliatoi... Non è mai successo – evidenzia l’ex arbitro –. Lì ci sono i responsabili delle forze dell’ordine, gli ispettori dell’Ufficio indagini della Federazione, gli ispettori di Lega, possibile che nessuno abbia sentito che l’arbitro era stato rinchiuso negli spogliatoi e che abbiano dovuto buttare giù la porta come raccontava Moggi?».

Eppure il direttore di gara, qualche giorno dopo, telefonò all’allora direttore generale della Juventus. «Avevo visto partire una campagna mediatica abbastanza forte per escludermi dal mondo arbitrale – spiega – e sapevo il potere che aveva quella persona. Io non gli ho mai chiesto scusa, in campo ho sempre mantenuto l'assoluta indipendenza e sfido chiunque a dimostrare il contrario, ma ho cercato di abbassare i toni, sicuramente sbagliando, perché non volevo vedere la mia carriera compromessa».

Le due telefonate, finite agli atti, con Moggi furono fatte con le ormai celebri schede svizzere ma Paparesta ci tiene a precisare che quelle sim «appartenevano a mio padre, è stato dimostrato. Io non ho mai utilizzato quelle schede e lo dimostra il fatto che siano state usate mentre io arbitravo o ero all’estero. Erano state date a mio padre per motivi che lui stesso spiegherà durante il processo di Napoli ma io non ne sapevo nulla, nemmeno la provenienza, e questo lo ha verificato la magistratura».

E tra l'altro fu il padre Romeo a chiamare Moggi dopo il caos per Reggina-Juve, facendolo parlare col figlio «perché venisse eliminato quel clima di ostilità che puntava a escludermi dal mondo arbitrale». Chiusura sul neo presidente dell’Aia, Marcello Nicchi. «Gli faccio i miei auguri – conclude Paparesta – È una persona indipendente, cristallina. Spero che possa aprire a ciò che può portare giovamento alla direzione di gara. Io tornare ad arbitrare? Mi piacerebbe, ma se non mi vogliono non posso farlo».

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