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Lunedì 25 Settembre 2017 | 22:32

l'inchiesta

«Le mani e i soldi
di Infront
nel Bari calcio»

La Procura di Milano ritiene Paparesta un prestanome. «Colletta» per acquistare il club

Paparesta

di GIOVANNI LONGO
e MASSIMILIANO SCAGLIARINI

Martedì 23 il tribunale del Riesame di Milano si pronuncerà sul ricorso dei pm meneghini che insistono per ottenere l’arresto di Marco Bogarelli, Giuseppe Ciocchetti e Riccardo Silva, fino a novembre scorso alla guida di Infront e di Mp Silva, i due colossi che gestivano i diritti del pallone e che sono al centro di complesse indagini per associazione a delinquere e riciclaggio: secondo la Finanza, Infront era diventata «padrona del calcio» attraverso «finanziamenti illeciti alle società». Proprio quel ricorso, e la mole di atti depositati dalla Procura dopo che il gip ad aprile ha negato gli arresti, hanno fatto emergere i dettagli della storia. E dunque anche i rapporti tra Infront e l’ex presidente e proprietario del Bari, Gianluca Paparesta, anche lui indagato in questo fascicolo. O meglio: secondo gli otto faldoni dell’indagine dei pm Roberto Pellicano, Paolo Filippini e Giovanni Polizzi, nella sua breve stagione da numero uno biancorosso, Paparesta è stato piuttosto un prestanome: perché «effettivi proprietari o comproprietari occulti» del Bari, secondo la Finanza, erano proprio i vertici di Infront.

La storia è complessa. Ma, in estrema sintesi, la ricostruzione di accusa - che deve, come ovvio, essere validata dall’esame di un tribunale - è che negli anni fino al 2015 Infront «ha avuto necessità di consolidare la propria posizione di forza presso la Lega Calcio», dove era advisor per la vendita dei diritti televisivi: una torta da oltre un miliardo di euro che, dice l’inchiesta, è stata gestita favorendo Mediaset ai danni di Sky. In Lega decidono i presidenti di società: con la Juventus in minoranza, all’epoca comandavano il Milan di Adriano Galliani e la Lazio di Lotito. Intorno a loro, un nugolo di piccoli e piccolissimi, che Infront aveva interesse ad accontentare (per ottenerne il voto in assemblea). Come? Attraverso «finanziamenti illeciti alle società», dice l’inchiesta: «Sponsorizzazioni, interventi sul capitale attraverso prestanome, acquisti di diritti di archivio, merchandising ed altro». Esattamente ciò che sarebbe avvenuto nell’ipotesi dei pm lombardi con il Bari di Paparesta.

Quando la Procura di Milano manda i finanzieri a perquisire la sede del Bari, scopre che «a far data dal 22 maggio 2014», ovvero due giorni dopo l’asta fallimentare in cui Paparesta si assicurò i diritti sportivi biancorossi, «il Bari calcio risulta aver emesso nei confronti di Infront fatture per un importo complessivo pari ad euro 4.477.400, tutte regolarmente pagate». Secondo la Finanza, Infront si era fatta carico dei costi «necessari per l’espletamento dell’attività sportiva» e «di fatto sostenuti in luogo del club»: «Noleggio dell’impianto luminoso a led presso lo stadio San Nicola di Bari, predisposizione degli spazi promopubblicitari in relazione a clienti della società di calcio e creazione della library digitalizzata per l’archivio delle immagini della squadra».

Di chi era dunque davvero il Bari? Per sostenere la sua tesi, dimostrando che il Bari era una delle società controllate da Infront, la Procura di Milano valorizza l’episodio già noto del 16 aprile 2015, quello per il quale Paparesta è finito iscritto nel registro degli indagati per ostacolo all’attività di vigilanza della Covisoc: i 470mila euro ricevuti da Infront, tramite una sponsorizzazione che i pm ritengono simulata, per pagare in tempo gli stipendi ed evitare così i previsti punti di penalizzazione.
Un problema del solo Paparesta? Le intercettazioni mostrerebbero che era, invece, anche un problema di Infront: i suoi manager parlano infatti del Bari in prima persona singolare, come se fosse cosa loro.

Il 15 aprile 2015 il direttore generale di Infront, Ciocchetti, parla con Alessandro Giacomini, amministratore di Gsport, anche lui tra i finanziatori della «scalata» di Paparesta. «Ci stiamo cercando di muovere per trovare un secondo sponsor, un secondo sponsor di maglia per quello che rimane della stagione e per la stagione prossima a 500, perché son quello che serve, poi, poi ci sistemiamo», dice Ciocchetti che chiede a Giacomini se ha la disponibilità liquida di quella cifra. Lui fa una controproposta: farebbe una fattura a Infront, la sconterebbe in banca e così otterrebbe i soldi da mandare a Bari. «Ma quello che io non posso - gli risponde Ciocchetti -, io ho già comprato i diritti da qua per tre anni di fila. Per quello io non posso intervenire, quello è il problema, capisci?». Infront ha già messo nel Bari tutto quello che può, e vedendo i playoff a portata di mano si preoccupa: «Visto i soldi che ci abbiamo investito [per] averlo in A (…). Insomma, mi costa di più rispetto alla serie B però, cioè la serie A mi costa un milione, ma il milione in serie A del Bari li vale tutti».

Finirà come già si sapeva: Ciocchetti, in accordo con il suo numero uno Bogarelli, deciderà di acquistare direttamente dal Bari i diritti per la seconda maglia del Bari, salvo cercare poi uno sponsor a cui rivenderli (non lo troverà). Nel frattempo, salterà fuori che lo stesso Ciocchetti aveva messo in piedi una sorta di colletta per finanziare l’acquisto del Bari.
A raccontarlo alla Finanza è David Brancifiori, un fornitore di Infront, arrestato a dicembre 2015 per le mazzette negli appalti della Rai. Brancifiori racconta di una telefonata di Ciocchetti: «Mi chiedeva di restituirgli 500 mila euro per il tempo di 24 ore, in quanto gli servivano con assoluta urgenza. Negoziai l’importo fino a dichiararmi disponibile a bonificare 200.000 euro: cosa che effettivamente ho fatto, come risulta dalla contabilità, in data 20 maggio 2014 (il giorno dell’asta, ndr). Più precisamente la Di.Bi. Technology ha bonificato 200mila euro alla società Hd Power Light che comunque è una società del mio gruppo, la quale ha immediatamente girato al Fc Bari, a titolo di finanziamento la stessa somma. Questa somma non mi è stata mai restituita». A che servissero i soldi, Brancifiori dice di averlo saputo da Ciocchetti solo «giorni dopo»: «Quel denaro era stato utilizzato per partecipare all’asta per l’acquisto del Bari ma c’era anche un’altra società che lo aveva fatto. Da quello che ho poi letto sui quotidiani dovrebbe trattarsi di una società di Roma, che opera nel settore della cartellonistica degli stadi». La Gsport di Giacomini.

Le indagini, comunque, non sono concluse. Per i 500mila euro al Bari, Bogarelli, Ciocchetti e Silva rispondono anche di autoriciclaggio. Ora la Finanza sta passando in esame i conti correnti di una serie di società: Bari, ma anche Lazio, Milan, Brescia e Genoa. «È assai probabile, e le indagini mirano a verificarlo, che alcuni dei presidenti delle società di calcio che compongono l’associazione a delinquere vengano personalmente remunerati con forme di pagamento ed estero su estero». Altre mazzette, insomma, nel mondo del calcio.

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