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Giovedì 21 Settembre 2017 | 14:28

Gli atleti pugliesi: sfileremo a Pechino

«No alle polemiche. Noi siamo atleti, facciamo sport, non politica e saremo alla cerimonia d'apertura di Pechino 2008». La squadra pugliese risponde compatta agli inviti al boicottaggio giunti da alcuni esponenti politici italiani
Gli atleti pugliesi: sfileremo a Pechino
BARI - Gli atleti pugliesi sfileranno oggi nella giornata d'inaugurazione delle olimpiadi di Pechino. Sfileranno compatti con il resto degli azzurri in coda al tricolore, nonostante le polemiche politiche. Gli inviti al boicottaggio in nome dei diritti umani giunto nei giorni scorsi dalla ministra Giorgia Meloni non impediranno ai nostri ragazzi l'ingresso al National Stadium della capitale cinese. Cerimonia sontuosa alle 14:00 in punto, ora italiana.

Francesco Bruno Francesco Bruno, 30 anni, freme. Il foggiano del tiro a segno ha appena saputo cosa indosserà: «Metteremo un pantalone lungo bianco e una giacca nera (made in Italy - ndr), e non aspetto altro», dice alla «Gazzetta» che lo ha raggiunto telefonicamente nel suo ritiro cinese. Poi è costretto a salutare perché nel villaggio olimpico sono arrivati il ministro degli Esteri Franco Frattini e il sottosegretario allo Sport Rocco Crimi, sbarcati dall'aereo indossando anche loro la divisa della nazionale olimpica italiana.

Un viaggio per «spazzare via le polemiche » e far sentire agli azzurri che dietro di loro c'è una nazione intera, istituzioni comprese, che li sostiene. È questo il senso della visita di Frattini a Pechino, a due giorni dalle polemiche scoppiate all'inter no del governo per l'invito rivolto dal ministro Meloni e dal presidente dei senatori del Pdl Gasparri a disertare la cerimonia di apertura dei Giochi in segno di protesta contro le violazioni dei diritti umani in Cina.

Non a caso, dopo una breve tappa in albergo, la prima visita è proprio al villaggio olimpico dove Frattini prima ha scherzato: «Mi raccomando ragazzi, regalateci tante medaglie per favore». Poi, più serio, ha detto: «Sono qui solamente per dire che l'Italia delle istituzioni e il Paese sono accanto a voi, al di là di tutto quello che avete potuto sentir dire in questi giorni in Italia». Ed ha infine cenato, ieri sera, insieme agli azzurri nella mensa degli atleti.

Pia Lionetti, 21 anni, barlettana del tiro con l'arco, è meno euforica di Francesco Bruno. Ha il muso lungo, dice, e dipende dal dispiacere, dal fatto che lei non potrà essere con la delegazione italiana nel momento forse più bello della manifestazione.

Il calendario le ha giocato un brutto scherzo: «Purtroppo la squadra femminile non potrà andare alla cerimonia perché a mezzogiorno (le 6 del mattino in Italia, ndr) saremo impegnate nelle eliminatorie dell'individuale. Ma con il pensiero sarò comunque presente alla sfilata perché i Giochi sono il traguardo di una carriera. Questo è un evento sportivo e in questo ambito deve rimanere. Noi non siamo politici».

Lo ripete anche Vito Dellino, azzurro del sollevamento pesi: «Dopo aver preparato un'Olimpiade per quattro anni, vi pare che vi si possa rinunciare?».

Veronica Calabrese, 20 anni, iscritta al torneo di taekwondo, arriverà dalla Corea, culla dello sport dei calci e dei pugni, dove i tecnici hanno deciso di programmare gli allenamenti. Pur di non perdersi l'evento, i vertici della Federazione hanno deciso di volare in Cina per poi tornare nuovamente in Corea a rifinire la preparazione.

La mesagnese potrà così accodarsi al portabandiera italiano, il canoista olimpionico Antonio Rossi, 39 anni, il quale, come portavoce dei 346 atleti italiani, ha chiuso definitivamente la questione (o almeno ci ha provato). Durante la cerimonia d'apertura indosserà «solo una catenina con la croce che non tolgo dalla cerimonia di Sydney del 2000, ma è piccola, nemmeno si vede».

Gli atleti pugliesi, come il resto degli azzurri insomma, sono già al centro dell'evento ma scelgono un profilo basso, per cautela o forse per necessità dopo le dichiarazioni del presidente del Coni Gianni Petrucci: «Non si può chiedere allo sport di arrivare dove non arriva la politica», ha già dichiarato. Ma nessuno vuol sentir parlare di censura.

Antonietta Di Martino, 30 anni, azzurra del salto in alto, ha firmato insieme con altri centoventisei colleghi una lettera nella quale si chiede al presidente cinese Hu Jintao «il rispetto della libertà d'espressione, religione e opinione in Cina e in Tibet». Finora è stato il gesto azzurro di maggior protesta.

Gli atleti pugliesi presenti a Pechino firmerebbero anche loro, ma tengono a sottolineare che per loro l'inaugurazione dei Giochi è una festa e che il compito di un atleta è solamente quello di gareggiare.

Ottaviano Andriani Ottavio Andriani, 34 anni, sottoscrive, anche se non sarà presente. Nessun boicottaggio, per carità. Il maratoneta della Polizia di Stato partirà dalla Puglia soltanto lunedì 11 agosto, come previsto. Vedrà la cerimonia (ore 14 italiane) nella cittadina in cui è nato, Francavilla Fontana (Brindisi), dove ha scelto di rimanere fino a domenica.

«Noi - spiega - abbiamo il compito di correre. A ciascuno il suo ruolo. Anche perché in questo momento, per qualsiasi cosa si dica c'è il rischio di essere respinti», ccome accaduto al pattinatore statunitense Joey Cheek, cui è stato negato il visto d'ingresso dalle autorità cinesi.

«Che laggiù ci siano questioni da risolvere è indubbio - prosegue Andriani - ma non siamo noi a dover sventolare bandiere o striscioni. E' giusta la considerazione fatta dal nostro presidente Gianni Petrucci: ci sono aziende italiane che lavorano normalmente in quel Paese e nessuno se ne scandalizza, Fosse per me, è per questo magari che non ci andrei pensando a quanta disoccupazione c'è da noi, soprattutto nel Mezzogiorno».

«Ma della Cina non si può fare a meno», incalza da Pechino John Elkann, presidente dell'Ifil e vice presidente della Fiat (proprio una delle grandi imprese del Belpaese che ha investito in Asia), intervenuto ieri per placare la polemica sorta intorno all'invito di boicottare le Olimpiadi.

Un concetto che, sia pur soltanto in ambito sportivo, fa suo pure chi sta per andare a caccia di medaglie, e che per vincere ha bisogno di partecipare. Vito Dellino, dal canto suo, pur ammettendo sportivamente di non poter ottenere grandi risultati, insiste a dire che per lui Pechino «non è la Città proibita». La dipinge, al contrario, come riuscirebbe solo all'immagine di una cartolina («è bellissimo, ci hanno accolto benissimo, è tutto perfetto»).

La brindisina Flavia Pennetta Intanto la brindisina Flavia Pennetta, 26 anni, e la tarantina Roberta Vinci, 25, si godono l'ospitalità dei cinesi facendosi massaggiare.

Cosicché, dall'altra parte del pianeta, ci risponde il commissario tecnico: Corrado Barazzutti, 55 anni, è un interlocutore esperto. Rassicura sulle condizioni delle tenniste subito dopo il sorteggio dei tabelloni di singolare e di doppio. Sa già che nel primo turno Roberta ha poche possibilità di farcela, mentre Flavia «è stata più fortunata».

Poi torna sulla questione politica e con identica franchezza definisce «ipocrita» la posizione di chi non avrebbe voluto la partecipazione degli italiani alla cerimonia d'apertura: «Si poteva immaginare - afferma - che sarebbero sorte delle polemiche. Ma tutti sapevano da tempo che i Giochi si sarebbero svolti in Cina, così come sanno che ci sono rapporti commerciali in espansione. Gli atleti sono sensibili e credo siano sempre in disaccordo nel caso di una violazione dei diritti fondamentali. Non vorrei, però, che i politici utilizzassero le Olimpiadi in modo strumentale: non possono scaricare sugli sportivi questioni che riguardano soprattutto loro Se proprio vogliono attuare una forma di protesta, usino l'embargo».

Poi torna indietro nel tempo. Nel 1976, ricorda (cioè trentadue anni fa, un'era geologica considerando i mutamenti nel panorama politico ed economico mondiale), l'Italia del tennis si qualificò per la finale di Coppa Davis, la più importante competizione della disciplina per squadre nazionali. Anche allora ci fu chi sostenne non fosse il caso di andare a giocare in Cile, sede dell'incontro. «Era il periodo del regime di Pinochet - ricorda il capitano - il Partito comunista italiano alzò un polverone. Ma partimmo ugualmente, come era giusto che fosse. Se fossimo rimasti non avremmo conquistato quello che è ancora oggi l'unico trofeo maschile in bacheca».

Quella squadra era composta, oltre che da Barazzutti, anche da Adriano Panatta (l'altro singolarista) e Paolo Bertolucci (che disputò il doppio con Adriano). I padroni di casa si arresero a Santiago del Cile per 4-1. «Un trionfo per l'Italia, ma non fummo noi a cambiare la storia».
G. Flavio Campanella

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