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Donadoni verso l'addio: «Ma non mi dimetto»

Il ct, dopo l'eliminazione dell'Italia dall'Europeo di calcio, si difende e ringrazia il gruppo. Ma sembra certo il ritorno di Lippi
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Donadoni verso l'addio: «Ma non mi dimetto»
Roberto DonadoniBADEN (AUSTRIA) - Se le cose dovessero andar male, sarei il primo a trarne le conseguenze. Disse così, Roberto Donadoni, lo scorso 20 maggio. Quel giorno partiva l'avventura azzurra per l'Europeo con i 23 convocati, il nuovo contratto e la scappatoia di una clausola di rescissione. Oggi che l'Europeo è franato addosso all'Italia, e il suo saluto sembra un passo d'addio, in realtà il commissario tecnico smentisce di aver mai pensato alle dimissioni. E soprattutto nega di averne i motivi. Così aspetta la decisione della Figc, un verdetto ineluttabile per tutti tranne che per lui, «esistenzialista» per autodefinizione. «Ci vedremo con Abete, sono sereno: non faccio pensieri su cosa sarà, inevitabilmente sarebbero a mio favore. Ma non vedo perchè dovrei dimettermi», dice all'indomani dell'eliminazione con la Spagna.
«FELICE DI QUESTI DUE ANNI» - Difende il suo Europeo, ma su metri di valutazione assai diversi da quelli di un dirigente, di un tifoso, di un critico: il rapporto umano consolidato con i giocatori, la certezza di aver versato fino all'ultima goccia di sudore, l'idea che nel calcio i rimorsi siano tempo perso. E ruggisce solo quando nel bilancio negativo si includono i suoi cambi di rotta sulla formazione e l'Italia rinunciataria di ieri, contro la Spagna. «Ho già detto al presidente Abete, stamane a colazione, che sono felice di come ho vissuto questi due anni - spiega Donadoni, con toni da malinconico addio - Dalle lacrime di alcuni giocatori ieri, dalle facce di tutti, ho capito di aver scelto gli uomini giusti. Sono stati straordinari, questo mi gratifica. E per me è tanta roba». A chi gli chiede quale immagine pensa di aver acquisito agli occhi di club per futuri ingaggi, replica di uscire «maturo, cresciuto, arricchito da questa esperienza esaltante»; e l'assonanza con clausola di 550 mila euro che la Federcalcio dovrà pagare per l'esonero è troppo scontata per pensare a un lapsus freudiano.
«LA SQUADRA HA DATO TUTTO QUELLO CHE AVEVA» - Dalle spiegazioni di comodo Donadoni vuol rifuggire, nel tentativo di negare che quello azzurro sia stato un fallimento. «Non ci vuole uno Zichici - ironizza - per valutare non straordinario il risultato. Volevamo arrivare fino in fondo, ci dispiace per tutti gli italiani. Ma di straordinario c'è il comportamento di questi giocatori, che ringrazio». Se poi si passa a chiedere cosa non abbia funzionato, il ct glissa e fa appello alla sua «onestà e correttezza» per non appigliarsi a infortuni e scadimenti di forma. «Non cerco alibi nè scuse: sarebbe facile e stupido, non fa parte del mio carattere. La squadra è arrivata fin qui dopo una stagione stressante, e ha dato tutto quello che aveva».
«NON CAMBIO IDEA PER UN RIGORE SBAGLIATO» - Per lo stesso motivo Donadoni ha cambiato idea su se stesso e le possibili mosse. «Dimissioni? Non capisco perchè avrei dovuto pensarci - si inalbera il ct -. E non capisco cosa significhi. Non ho rimorsi, quel che ho fatto l'ho fatto col massimo impegno. L'idea di dimettermi non mi è passata per l'anticamera del cervello, nel modo più assoluto. Quando dissi che avrei tolto il disturbo, intendevo dire che non sarei rimasto se arrivando in finale mi fossi accorto di un rapporto di fiducia venuto meno col gruppo azzurro». E invece, non è nel suo carattere «cambiare idea su un Europeo per un rigore sbagliato, così come non l'avrei cambiata se fosse stata segnato quel penalty da De Rossi e Di Natale». E allora, eccolo il suo bilancio: «Siamo partiti in un girone di ferro, per qualcuno addirittura della morte, ne siamo usciti bene dopo l'inizio difficile. Poi ai quarti, con una squadra all'altezza, siamo usciti ai rigori. Una costante della mia carriera...».
«SULLE SCELTE TATTICHE NON MI SONO INCARTATO» - E i cambi di rotta sull'assetto tattico? E l'insistenza su un Toni dalle ruote sgonfie? E la scelta di tener fuori Camoranesi ieri con la Spagna? E questa Italia cosi rinunciataria, capace di segnare solo da calci da fermo? L'unico punto d'appoggio è il fatalismo del calcio e il ricordo della vittoria in Scozia nelle qualificazioni, oramai quasi una pietra miliare dei due anni donadoniani. «Con l'Olanda non siamo stati difensivisti, con la Francia non rinunciatari. E ieri - risponde - abbiamo fatto quel che l'avversario ci ha consentito. Partite offensive ne ha giocate anche la mia nazionale, penso a Glasgow. E sulle scelte tattiche non mi sono incartato». Quanto agli uomini, «richiamerei tutti, mi dispiace se Borriello non ha avuto occasione di giocare. Camoranesi andava bene con la Spagna a posteriori, l'allenamento mi diceva una cosa diversa».
«CON ABETE C'E' SINTONIA, SIAMO SIMILI» - Ora resta un aereo da prendere per tornare a casa, mentre l'obiettivo minimo di entrare tra le prime quattro è già volato via. «Non sono io a dover dire se merito o no di restare alla guida della nazionale. Non sponsorizzo nessuno, tantomeno me - conclude Donadoni - Ho tanta rabbia dentro, ma per quel che penso sulla decisione della Federcalcio aspetto che venga presa. Con Abete c'è sintonia, siamo simili. Quel che ho fatto è sotto gli occhi, il rapporto umano anche». Bastasse quello, per una conferma, forse davvero Donadoni potrebbe stare sereno.

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