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Lunedì 23 Aprile 2018 | 15:22

Ha smesso di danzare

Un pugile, un simbolo, un mito
è morto Muhammad Ali

Un pugile, un simbolo, un mito è morto Muhammad Ali

ROMA - Luci spente sul ring, Muhammad Ali ha smesso di danzare. Lo ha battuto, ma solo ai punti e senza mai mandarlo davvero ko, il Parkinson: quella malattia che lo aveva umanizzato regalandogli un amore universale sconosciuto quando elegantemente, quasi aristocraticamente, dominava gli avversari sul quadrato umiliandoli con una superiorità tecnico-fisica-morale per alcuni irritante.

Il mondo intero invece, e non solo quello dello sport, oggi lo celebra come Il più Grande, e l’enfasi che di solito coglie di fronte alla morte stavolta sembra solo naturale omaggio a un uomo dai giganteschi talenti e dalle grandi passioni ideali: perché Cassius Marcellus Clay, questo il suo nome prima della conversione all’Islam, ha combattuto da pugile e condotto battaglie da uomo, rifiutandosi però all’ignominia della guerra vera ("I Vietcong non mi hanno fatto niente», disse beffardo). Ha attraversato decenni, leader e religioni: ma è sempre rimasto se stesso, ovvero l’autentica stella cometa nel firmamento della storia dello sport; e non solo perché sul ring «si muoveva come una farfalla e pungeva come un’ape» (un’altra delle sue fortunate autodefinizioni).

Meritatissimo, forse perfino riduttivo, arrivò ad inizio 2001 il titolo di atleta del secolo. All’apice della carriera è stato l’uomo più famoso del pianeta, capace di oscurare i Beatles, Re e capi di Stato e tanti altri leader religiosi, divi e personalità che - come fecero fra gli altri Elvis Presley, Fidel Castro, Frank Sinatra e più di recente Nelson Mandela, Sylvester Stallone e Michael Jordan - quando lo incontrarono per prima cosa gli chiesero l’autografo.

Campione del mondo dei pesi massimi, ma ancora di più, con i suoi pugni e la sua dialettica esuberante, simbolo della lotta all’apartheid, dell’uguaglianza dei diritti, del riscatto sociale e dell’orgoglio dei neri d’America (''per noi è Dio», spiegò il regista Spike Lee), amico di Martin Luther King e Malcolm X, e di coloro, bianchi compresi, che manifestavano contro la guerra in Vietnam. E poi candidato al premio Nobel per la Pace, vincitore dell’Oscar per il miglior documentario con 'Quando eravamo rè, ed icona della pop art nel secolo scorso, quando lo immortalò Andy Warhol, ed in quello in corso, grazie a Shepard Fairey. Oggi come allora questi ritratti di Ali sono finiti nei musei, e sono stati riprodotti perfino su paia di scarpe.

Muhammad Ali è stato anche poeta (''l'uomo che non ha fantasia non ha ali per volare», è uno dei suoi aforismi più belli) ed eroe dei fumetti, quando negli anni '70 finì sul quadrato contro Superman in una sfida che serviva per fermare un’invasione aliena della Terra. Quell'album viene ristampato ancora oggi, perché troppe sono le richieste in tutto il mondo.

E da mito universale Clay-Alì è stato celebrato anche in Italia (Gianni Minà era il suo cantore), tranne qualche episodica caduta di tono: «Io quel negretto lì lo vedo male», disse avventatamente guardandolo combattere in tv un giornalista durante le Olimpiadi romane, nelle quali si sarebbe imposto, come in tutto il resto nella sua vita. E la Rai, che pure aveva celebrato l’epos dei suoi match con Frazier, ignorò quello con Foreman a Kinshasa.

Uomo capace di gettare la sua medaglia olimpica nel fiume quando, tornato a casa da Roma, gli impedirono di entrare in un bar perché di colore; ma anche ecumenico ultimo tedoforo nell’edizione del centenario dei Giochi, ad Atlanta nel 1996. Accese il fuoco che un tempo (e in parte ancora oggi) fermava le guerre e quel suo muoversi incerto commosse il mondo: lì si capì che Alì combatteva ancora, contro il morbo di Parkinson rivelatosi l’avversario più insidioso.

Lo ha combattuto con la fierezza e la dignità di un tempo, come quando disputò contro Joe Frazier match selvaggi e spettacolari, autentica accademia della boxe. Le sue mani che nella indimenticabile notte di Kinshasa stesero George Foreman mentre la gente gli gridava «Alì bomaye, Alì bomaye (uccidilo Alì)» sono state a lungo tremolanti, ma hanno indicato con fermezza la strada dell’orgoglio umano.

Su di lui sono stati girati film, come quello in cui veniva impersonato da Will Smith, e scritti centinaia di libri, che per chi lo ha visto in azione non sono mai abbastanza. Pochi anni fa ne è uscì uno da 3.000 euro, autentico monumento al mito di Alì anche come dimensioni. La prima copia fu donata a lui, al Labbro di Louisville che ha smesso di sussurrare ma rimane di esempio al mondo.

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