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Mercoledì 20 Settembre 2017 | 02:27

Vinella: «Il fallimento del Bari? Un business per tutti quanti»

Vinella: «Il fallimento del Bari? Un business per tutti quanti»
di Gaetano Campione

BARI - «Vuole sapere come mi sento? Tradito, usato, raggirato, deluso. Scelga lei tra questi quattro aggettivi».

Franco Vinella, ex amministratore unico del Bari calcio griffato Matarrese, assomiglia ad un reduce. Uno di quelli che sono stati in trincea, hanno vissuto la tragedia della guerra e sono riusciti a tornare a casa con le cicatrici che non si rimargineranno mai.

Le ferite di Vinella sono gli avvisi di garanzia per le vicende giudiziarie legate alla gestione della società biancorossa - «un atto dovuto mi dicono i magistrati» - e un bel gruzzolo di euro che non prenderà mai. Perché i crediti maturati nei confronti del Bari rientrano tra i debiti chirografari.

Franco Vinella parla per la prima volta del passato. Dei due anni che gli hanno stravolto la vita: «Accettai l'incarico per un atto d'amore nei confronti di un'azienda che mi ha dato lavoro per trent'anni. Diciamo che per trent'anni ho vissuto con i miei carnefici. Quel Bari però non esiste più».

Prima o poi questa esperienza doveva pur finire. La vita è così. Non trova?

«Il rammarico non è che sia finita, ma come è finita. Qualcuno ha detto che la rottamazione era l'unica strada percorribile. Ma il fallimento non rappresenta una medaglia, equivale al disonore. Mi ero illuso di riuscire ad evitarlo. Io sono e rimango un uomo di valori».

Alla fine, il fallimento ha accontentato tutti?

«È stato un business per tutti. A volte mi viene da pensare che dietro questo percorso ci sia stata una strategia ben precisa finalizzata a raggiungere l'obiettivo. E poi, se proprio il Bari doveva fallire, la bottega doveva chiudere a gennaio del 2013».

Lei, che soluzione aveva immaginato?

«La rateizzazione del debito. Mi sono mosso per ottenerlo e l'avevo ottenuto. Un percorso duro, improntato sul rigore, non scontato. Nessuno pensava che i Matarrese volessero il fallimento del Bari. Neanche io».

Non ha da rimproverarsi nulla?

«Sono stato ingenuo. Ho creduto a tutto quello che mi è stato raccontato. Ma ho la coscienza a posto. Non ho mai preso nulla, ho lasciato nelle casse della società 5 milioni di euro. Anzi, ci ho rimesso: ormai le ferite fanno parte di me. Sogno di addormentarmi e di svegliarmi scoprendo che quanto vissuto in questi trentanni sia stato in realtà un brutto sogno. E si possa cancellare».

Ci sarà pure un momento positivo?

«L'ultimo anno di gestione è stato qualcosa di unico, di irripetibile. Ci siamo inventati di tutto e di più per rispettare i parametri. C'era bisogno di una proprietà presente che in realtà era inesistente. Le magie fatte da Angelozzi, in grado di trasformare il piombo in oro, restano indimenticabili. Sa come ci chiamavano? La Triade. Io, Guido e Piero Doronzo. Questa esperienza ci ha unito. Siamo diventati fratelli. Possiamo non sentirci per mesi e poi ritrovare la gioia di stare insieme, davanti ad una tavola imbandita».

La città ha già dimenticato Franco Vinella?

«Certo. La città aveva capito subito che ero un prestanome. Io, purtroppo, no».

Vinella e il calcio. Cosa è rimasto?

«Nulla. Non riesco più a guadare una partita. Anche quelle della Nazionale. Quando leggo un giornale, sfilo le pagine sportive e le distruggo nel trita documenti. Ho già dato abbastanza. Non ritiene?».

Chi le è stato vicino nel periodo buio?

«Mia moglie, una donna eccezionale. Lavora nel mio stesso ambito. Poi l'avvocato Anna Gentile. E' diventata una di famiglia. E pochissimi amici veri».

Che idea si è fatto del mondo del calcio?

«È una grande illusione seconda solo a quella della politica. Il business muove tutto. Non c'è spazio per i sentimenti. E dietro ogni business c'è qualcuno in grado di orientare le scelte».

Rimane aperto il fronte giudiziario. Cosa si aspetta?

«Ho fiducia nella giustizia. Non è una frase fatta».

I Matarrese li ha più sentiti?

«Possiamo parlare d'altro?».

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