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«I club cadetti non sono figli di un Dio minore!»

Lettera di un tifoso del Lecce, arrabbiato per la mancata copertura televisiva. Scrive Marco Resta: «In questo stato di cose, il calcio è destinato a perdere la credibilità. Sono d'accordo sulla paventata sospensione del torneo di B». Ma le società facciano una seria ristrutturazione
Nonostante calciopoli e l'insabbiato doping amministrativo sembra che nulla sia cambiato nel calcio italiano: le grandi continuano a dettare legge dall'alto della loro prepotenza e superbia economica e le piccole continuano ad essere il nulla nel mare magnum di questo immorale business sportivo. La ripartizione degli introiti dei diritti televisivi ne è l'ultima sconcertante prova. In questo stato di cose, il calcio è destinato a perdere la sua credibilità ed il calo delle presenze di tifosi allo stadio è rappresentativo di tale inconfutabile indice. Sono pienamente d'accordo sulla paventata sospensione del torneo cadetto decisa ieri nella riunione di Lega. I club di serie B non sono figli di un Dio minore!
Marco Resta, tifoso del Lecce

Caro Marco, il presidente della Lega Antonio Matarrese sarà in disaccordo con te. Ha affermato che «adesso c'è più democrazia», commentando i fatti accaduti durante l'assemblea di Milano. Come saprai, le grandi squadre hanno lasciato l'aula perché messe in minoranza dagli altri club di serie A al momento di eleggere il consigliere: allo juventino Cobolli Gigli è stato preferito il parmense Ghirardi.
In quanto ai diritti televisivi, il provvedimento del Governo in materia ha concesso alla Lega la possibilità di trovare un accordo sulla ripartizione delle risorse dopo la decisione di passare alla vendita collettiva. Se i club non lo troveranno (attenendosi ai criteri richiesti), interverrà il Governo. Lo scenario, insomma, sta cambiando anche su questo fronte (di fatto accadrà solo dopo il 2010, cioè alla scadenza dei contratti già stipulati).
Entrando nel particolare (che poi è la causa scatenante della tua amarezza), tu poni, da quel che capisco, la questione più circoscritta (ma ugualmente delicata) della differenza abissale (di incassi, di trattamenti) tra le squadre di A e quelle di B, visto che per queste ultime non ci sono offerte adeguate dalle aziende televisive (si rischia di non poter vedere in diretta, e nemmeno in differita!, le gare del Lecce proprio nell'anno della riscossa). Ma, più che i club, sono i tifosi delle squadre cadette ad essere figli di un Dio minore.
Le società non possono che prendere atto delle leggi del mercato. Va bene tutelare i diritti (la B deve essere libera di giocare quando vuole, anche in concomitanza con la massima serie, che registra un incremento di spettatori). Altra cosa è pretendere di vivere alle spalle della A oppure di fare una serrata in mancanza di un contratto (e della copertura televisiva che ne consegue). Piuttosto, la serie B valuti l'interesse che suscita e si riorganizzi attraverso una ristrutturazione: alla riduzione dei costi deve seguire una strategia per aumentare i ricavi. Nessuno può pensare di vivere spendendo più di quel che guadagna.
Chi vuole (chi può) investire per tornare in serie A deve dunque considerare il rischio di andare incontro a un saldo negativo di notevoli proporzioni. Per essere chiari: il Lecce sarà quasi certamente promosso, ma si troverebbe nei guai se dovesse malauguratamente andare male la stagione. Credo che la strada sia soltanto una: irrigidire i parametri (per evitare collassi finanziari) e, fermo restando il diritto di salire di categoria, in caso di promozione dalla B alla A dovrebbe essere concessa la partecipazione soltanto a chi è in grado di garantire solidità economica.
Gli stadi polifunzionali (che si vogliono privatizzare) fanno parte di un processo ormai inarrestabile che coinvolgerà esclusivamente gli attori economicamente pronti. Sta finendo l'era delle idee senza capitali
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G. Flavio Campanella

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