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Lunedì 23 Ottobre 2017 | 10:05

Bari, i tanti figli di mister Gravina

BARI - L'ultimo saluto all'89enne che ha scritto al storia del Bari. Un fiuto eccezionale nella scoperta di giovani talenti. Molti baresi hanno giocato in A e in B grazie a lui. Da Pasquale Loseto a De Trizio, un coro: «Per noi era come un padre».
Bari, i tanti figli di mister Gravina
PIERPAOLO PATERNO
BARI - La vita e le opere. Come i grandi personaggi della storia, la biografia di Michele Gravina rivive nel ricordo di chi ci ha lavorato gomito a gomito.«Non avevo compiuto ancora tredici anni - racconta l’ex calciatore e tecnico del Bari Primavera, Pasquale Loseto - quando mi tolse dalla strada per portarmi al Bari. Un martedì pomeriggio mi spiò al campetto del Castello Svevo, dove giocavo con i miei amici. Andò a casa di mio zio Giovanni (Chiricallo, ndr), all’epoca allenatore del Trani, per ufficializzare il mio passaggio da Italia Nuova in biancorosso. La domenica successiva, dopo la partita della prima squadra, ero già in campo con gli Allievi al mitico Della Vittoria, lo stadio in cui sognavo di giocare sin da bambino».

LA FORZA DELLA PERSUASIONE «Cercava di convincere mister Capocasale che fossi un “animale” - prosegue Loseto - per farmi esordire in prima squadra. Debutto che avvenne l’anno seguente in C1 con Lamanna in panchina. Avevo 18 anni. Era il 1964, quando Capocasale manifestò il suo pentimento non averlo ascoltato». Da allievi a collega nel settore giovanile del Bari: «Nell’82, io allenavo la Beretti e lui agli Allievi. Raggiungemmo entrambi le finali nazionali, ma con sorpresa umilmente mi affidò anche la sua formazione. L’insegnamento più grande? Nel calcio non esistono formule magiche o tattiche speciali. Vincono gli uomini».PRESI PER LA GOLA «Avevo tredici anni - le parole di Giorgio De Trizio, attuale tecnico de Giovanissimi Fc Bari - e un giorno, quando giocavo ancora nei Giovanissimi del Gambero a Bari Vecchia insieme ai vari Del Zotti e Michele Colasanto, venne a studiarmi al vecchio campo Rossani. Giocai appena dieci minuti e mi tirò fuori dalla mischia intravedendo in me la stoffa del futuro calciatore. Mi allenò prima alla Nuova Bari. Poi il salto al Bari di De Palo, circa quarant’anni fa».L’episodio indimenticabile: «Una mattina d’estate sorprese me e alcuni miei compagni a fare il bagno sul lungomare. Sulle prime, non fiatò. Peccato che la sera di quello stesso giorno perdemmo una finalissima a Gravina. A fine partita, nello spogliatoio, ci prese tutti per la gola appiccicandoci al muro». Severo, ma mai rude: «Era come un padre, autorevole ma non autoritario. Un vero punto di riferimento, persona pulita. In tanti anni, non l’ho mai visto avvicinarsi ad un genitore dei suoi giocatori. Odiava i compromessi».

APPESO AL LAMPIONE «L’ultima volta che l’ho visto - la chiosa dell’esperto di calcio, Gigi Frisini - è stata due mesi fa in via Sparano. Schivo e riservato come al solito, credo non abbia retto per la morte recente della sorella». L’aneddoto più curioso: «Era ai tempi in cui militavo nella formazione della Bellomo. Prima di inserirmi nella sua squadra, per due mesi consecutivi mi tenne ogni sera con un pallone attaccato ad un lampione per farmi imparare a saltare». «Più che un allenatore - sottolinea Frisini - era uno strepitoso scopritore di talenti. Uomo di estrema onestà, con un istinto micidiale ed un occhio lungo nel vedere le qualità delle giovani promesse del calcio. La conferma la ebbi quando collaborai al suo fianco, nel 1978, mentre Enrico Catuzzi allenava nel settore giovanile del Bari. Onofrio e Giovanni Loseto, Caricola, De Trizio, Armenise, Giusto, Cuccovillo e decine di altri le scoperte dell’epoca. Nel ’61, con Michele secondo di Fusco già da quattro anni, ero suo allievo insieme a Quadrello nelle fila della Juniores biancorossa. Indimenticabile quella finale nazionale a Torino persa contro la Roma alla monetina. Non a caso, rimase per anni come faro del settore giovanile barese, un vero punto di riferimento».

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