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Lunedì 25 Settembre 2017 | 22:43

Mangia, Bari e il Bari il tecnico si confessa

BARI - Mangia a tutto campo. Il tecnico biancorosso si confessa. A tre mesi esatti dall’insediamento sulla panchina del Bari, della serie i miei primi novanta giorni, l’allenatore lombardo «vuota il sacco». Ecco l'Intervista esclusiva a La Gazzetta
Mangia, Bari e il Bari il tecnico si confessa
FABRIZIO NITTI

BARI -Mangia a tutto campo. Il tecnico biancorosso si confessa. A tre mesi esatti dall’insediamento sulla panchina del Bari, della serie i miei primi novanta giorni, l’allenatore lombardo «vuota il sacco» e si confessa. Soprattutto prova a spiegare l’uomo più che il tecnico. Perché, dice lui a ragion veduta, «il tecnico è giudicato dal campo ed è sotto gli occhi di tutti, mentre si fa fatica ad avere un concetto preciso dell’uomo». Una chiacchierata durata complessivamente 45 minuti, quanto un tempo di una partita di pallone. Lontano da mille taccuini, lontano da telecamere e microfoni. Parlando di tutto e di più, ovviamente anche di calcio, viene fuori una figura molto meno costruita e molto più vicina alla normalità: «Prima della trasferta di Catania andrò a visitare la Basilica di San Nicola: è come andare a Milano è non vedere il Duomo, o andare a Roma e dribblare il Colosseo. Ma per piacere, non scrivete che Mangia si affida a San Nicola, eh...?».

Nell’uomo Mangia c’è un po’ di tutto: paure mascherate, ambizioni, speranze, dubbi, certezze che quotidianamente attanagliano anche tutti noi. Che, altrimenti, saremmo un insieme di «supereroi» tipo Capitan America e spazieremmo nel cielo imbattibili. Ma la vita non è un film, come cantavano gli Articolo 31... Lontano da maglietta e pantaloncini viene meno anche quel senso di distanza che spesso trasmette immagini distorte. Fermo restando, ma è forse una dolce condanna, che il maledetto risultato è quello che comanda.

Secondo lei a che punto è il feeling con Bari?

«Vi dico la verità: ho ricevuto tanto credito iniziale, tantissimo... Poi è normale che un tecnico sia figlio dei risultati e, qui a Bari, più delle aspettative. Io per primo, ma posso parlare a nome della squadra, vogliamo fare di più. I miei giocatori lo “sentono”, non sono timbratori di cartellino. La passione dei baresi è incredibile. Diverso da Palermo, che pure è Sud e quindi vive di calcio. Siete più passionali, voi baresi. Qui fermano per strada cento volte tanto rispetto a Palermo. Ed è una cosa che a me piace, ricordando che da ragazzino ero io a fermare i calciatori per strada».

È scaramantico?

«Se c’è scaramanzia, bisogna che resti tale. Ma diffido molto di quelli che dicono di non esserlo».

Come occupa il suo tempo libero?

«Dovrei andare a correre col mio team manager Marangon, ma sinceramente non ce la faccio. Non ho il tempo, vivo tutto il giorno per il calcio, ho sempre tanto da fare. Voglio lasciare meno cosa possibili al caso. E quando posso mi vedo con la mia fidanzata, casaranese, esercita la professione di avvocato. Salentina sì, ma fra Casarano e Lecce la rivalità è accesissima, quindi... E poi non capisce nulla di pallone. Anche se la cosa preoccupante è che da qualche tempo comincia a chiedermi spiegazioni...»

Cosa pensa di chi sostiene che lei sia un «figlioccio» di Sacchi?

«Del mister ho grandissima considerazione, come tanti appassionati - ride - Ha modificato il modo di pensare il calcio. Godere della sua stima è un onore. Le illazioni? Restano, ma non importa. Non sono l’unico allenatore per il quale ha una propensione dal punto di vista calcistico. Uno è Conte ad esempio. Da Sacchi ho imparato tantissimo, poi però ogni allenatore prova a dare la sua impronta alla squadra. Ma ho appreso molto da Viscidi, Prandelli e nei momenti di... pausa sono andato in Olanda, in Spagna, sono stato un giorno in ritiro con il Bayern di Guardiola. La forza di un tecnico è “prendere” da più parti e riadattare tutto sulle sue convinzioni».

Mangia presuntuoso. Si riconosce in questa etichetta?

«Sinceramente non è una caratteristica che mi appartiene e la gente che mi ha conosciuto personalmente lo può testimoniare. Noi allenatori siamo un po’ tutti permalosi e ambiziosi. Ecco, a me piace unire il concetto di umiltà a quello di ambizione. Mi spiace che si pensi così di me, ma sono consapevole del fatto che è frutto solo di mancata conoscenza reciproca. Sabato scorso, dopo la partita con il Modena, so che in un paio di situazioni ho esagerato nel rispondere, ma il mio obiettivo primario è difendere sempre la mia squadra, soprattutto quando non sbaglia l’atteggiamento in campo. Quel giorno a Vicenza fu un altro discorso, ma contro Lanciano e Modena è stato differente. Guai a chi tocca la mia squadra. A volte ho modi abbastanza... poi però ci si chiarisce».

La lettera di Paparesta: fiducia incondizionata che, però, le accolla nuove responsabilità.

«Intanto ringrazio pubblicamente il presidente, ma a prescindere dalla lettera la fiducia non è mai venuta a mancare. L’ambizione di ottenere risultati di un certo tipo c’è, io e i ragazzi l’abbiamo. Tante volte intervengo per togliere un po’ di pressione, che è normale, ma che magari non si è abituati ad affrontare».

Forse bisogna cominciare a capire che bisogna convivere con questa “pressione”.

«Giusto. Sono d’accordo. L’eccessiva voglia ti limita invece che esaltarti. Dobbiamo toglierci questo alone, devo lavorare su questo. Ma noi abbiamo bisogno di tutti, siamo il tramite per conquistare una cosa che sarà di tutti. Il Bari è patrimonio della città e della gente. Però dateci un po’ di tempo. Sabato scorso parte dello stadio ci ha fischiato, altri applaudito, come la curva... Se posso, vorrei chiedere una cosa: in questo momento i ragazzi hanno bisogno di sentirsi sorretti e sostenuti da tutti. Non prometto niente, ma possiamo regalare soddisfazioni. Un obiettivo è riconquistare chi ci ha fischiato».

A proposito di tempo. In panchina guarda spesso l’oroologio?

«No, non lo faccio spesso. Ma più si avvicina la fine del match, più lo guardo. Il fatto è che quando siamo in vantaggio, le lancette vanno a rilento. L’anno scorso ho beccato delle beffe niente male. E anche quest’anno...

Quindi il tempo è una condanna o un’opportunità?

«Ai miei dico sempre di andare a cercare il gol, anche quando siamo in vantaggio. Quindi, un’opportunità».

Qualcuno dice che Bari per lei è una prova del nove.

«Ho letto. Ma dico che ogni giorno devo fare qualcosa di migliore del giorno precedente. Il Bari è un’occasione, non un trampolino di lancio. Ho avuto un incarico, voglio centrare l’obiettivo».

Perché il Bari non decolla ancora?

«Per una serie di motivi. Ma credo che sia la testa a dovere determinare il salto di qualità. Dobbiamo migliorare, ma non dal punto di vista fisico. Vanno fatti passi avanti tatticamente, nella gestione della partita, nell’attenzione che ci sta portando via qualcosa. Ma non c’è negligenza, questo deve essere chiaro».

Ha avuto tutto al mercato?

«Fermo restando che tutto è migliorabile, la squadra a disposizione è la migliore del mondo. La ricerca dell’eccellenza è senza fine».

Perché tanti cambi nella coppia centrale difensiva?

«Le scelte non sono quasi mai assolute, ma sempre dettate da condizione fisica e psicologica. Ho a disposizione quattro centrali secondo me affidabili... Ma il discorso difensivo va allargato a tutta la squadra. Nell’ultimo periodo il numero di palle gol concesse all’avversario è calato vistosamente, forse anche in considerazione del nuovo modulo».

Con il 4-3-3 Bari più solido.

«Ora è così. In questo momento un giocatore davanti ai centrali difensivi ci ha dato piu sicurezza».

È sempre convinto che Romizi e Donati non possano giocare assieme?

«Con due mediani potrebbe essere diverso, ora con tre uomini a centrocampo è più complicato. Nessuno dei due ha caratteristiche da mezzala, ha capacità di inserimento, gamba come Sciaudone o Defendi. Possono adattarsi, questo sì, come Marco ha fatto a Chiavari o Frosinone».

Che dice di Stoian?

«Deve stare sereno. Ha qualità importanti, non siamo riusciti a tirarle fuori, a farlo esprimer al meglio. Si allena benissimo, deve stare sereno. Come De Luca, che si sta ritrovando».

I tifosi preferiscono Guarna in porta...

«Enrico è un portiere affidabile e umanamente perfetto. È dentro la squadra, aiuta gli altri due portieri... Vediamo, il campionato è lungo, ci può essere spazio per tutti, anche in un ruolo diverso come quello del portiere. Per me è una risorsa importante».

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