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Venerdì Italia-Polonia Il ct dell'Italvolley «Puglia, un tesoro»

di GAETANO CAMPIONE
BARI - Se avesse tanti soldi, li investirebbe in passione, il motore più potente del genere umano. Mauro Berruto non è solo l’head coach della nazionale maschile di pallavolo che venerdì sera (PalaFlorio 20,30) affronterà a Bari la Polonia per una partita di World League. Berruto, torinese, 45 anni, rimane un filosofo. Lo raccontano la sua laurea (Antropolgia culturale) e la sua storia umana e sportiva (il ct Berruto, a destra, ospite del La Gazzetta del Mezzogiorno)
Venerdì Italia-Polonia Il ct dell'Italvolley «Puglia, un tesoro»
di Gaetano Campione

BARI - Se avesse tanti soldi, li investirebbe in passione, il motore più potente del genere umano.Mauro Berruto non è solo l’head coach della nazionale maschile di pallavolo che venerdì sera (PalaFlorio 20,30) affronterà a Bari la Polonia per una partita di World League.

Berruto, torinese, 45 anni, rimane un filosofo. Lo raccontano la sua laurea (Antropolgia culturale) e la sua storia umana e sportiva. Lui ama miscelare le competenze tecniche con le capacità emozionali. per creare il cocktail di successo sul campo.

Cos’è la Puglia per la pallavolo maschile?

«Uno scrigno, un tesoro da conservare. Qui c’è una scuola consolidata, capillare sul territorio, che produce qualità. La nostra presenza a Bari non è casuale: è giusto riconoscere a chi sta costruendo, restituire qualcosa».

Si dice che la pallavolo sia mediaticamente subordinata al calcio. Condivide l’analisi?

«Non ho mai vissuto questa sudditanza psicologica o mediatica. Certo, nello sport l’importanza passa attraverso i risultati. E noi dobbiamo guadagnare strada. Ma lo spettacolo generato dalla pallavolo è alla portata di tutti, perché si fonda su quei valori universali che catturano l’attenzione. Dopo la storia straordinaria di questa disciplina legata agli anni Novanta, siamo chiamati a scrivere una nuova pagina. Il finale non lo conosco ancora, ma ritengo sia comunque avvincente».

L’anno scorso ha visionato per la Nazionale 64 ragazzi. Quest’anno 16. La sua pallavolo è lo sport più democratico che ci sia?

«Il messaggio è che chiunque può indossare la maglia azzurra se ha le qualità giuste. c’è sempre bisogno di grande qualità. Fino a ieri l’Italia si costruiva sui blocchi (Treviso, Macerata) dei club famosi. Io ho allargato il rapporto diretto con la Nazionale. Tutti possono entrare nel club azzurro, rimanerci è però molto complicato».

Come dobbiamo leggere la convocazione del libero salentino Massimo Colaci?

«Lo sto seguendo da un po’. Quest’anno a Trento ha avuto la possibilità di essere impiegato a 360 gradi. Non ci sono difensori migliori di lui in circolazione. In questa tappa e nelle prossime quattro partite può farmi capire quanto sarà utile alla Nazionale».

Come si gestisce lo stress di uno sport che non prevede il pareggio?

«Comunque vada a finire una partita è meglio giocarla in campo che vederla da spettatore. Lo stress emotivo è elevato. C’è il momento delle scelte, della tattica, dei cambi. Ricordarsi fin dove sei arrivato aiuta. Poi c’è chi soffre di più e chi di meno. Importante è anche non pensare mai alle possibilità sfavorevoli».

Per allargare le piramide dei numeri bisogna intervenire sulla scuola. In quale modo?

««Nei miei sogni immagino che il campionato per i 13enni 3 contro 3, inaugurato dalla Federazione con molto coraggio, diventi il gioco della scuola media. Da questa idea nel settore maschile il numero dei tesserati è aumentato del 20 per cento».

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