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Giovedì 21 Settembre 2017 | 09:04

Sconto di pena per Gillet «Ribadisco, non ho mai venduto il Bari» Squalifica ridotta a Caputo

BARI - «C’era una cosa che mi premeva soprattutto: riuscire a dimostrare che Jean-François Gillet non ha mai nemmeno immaginato di vendere una partita, del Bari e di qualunque altra squadra. L’arbitrato del Tnas mi ha restituito il mio onore (pena ridotta a 13 mesi), la mia dignità, che non sono mai stati in vendita. Nelle motivazioni c’è scritto nero su bianco. Quanto al resto, lo accetto come un prezzo da pagare per uscire da questo incubo, qualcosa devo averla sbagliata anch’io, è evidente. Ma posso tornare a testa alta»
Sconto di pena per Gillet «Ribadisco, non ho mai venduto il Bari» Squalifica ridotta a Caputo
BARI - «C’era una cosa che mi premeva soprattutto: riuscire a dimostrare che Jean-François Gillet non ha mai nemmeno immaginato di vendere una partita, del Bari e di qualunque altra squadra. L’arbitrato del Tnas mi ha restituito il mio onore, la mia dignità, che non sono mai stati in vendita. Nelle motivazioni c’è scritto nero su bianco. Quanto al resto, lo accetto come un prezzo da pagare per uscire da questo incubo, qualcosa devo averla sbagliata anch’io, è evidente. Ma posso tornare a testa alta».

Per una decina d’anni, ogni volta che il Bari scendeva in campo, i suoi tifosi sapevano che a difenderne la porta ci sarebbe stato inevitabilmente un tipo biondo, nemmeno un fisico da Rambo, ma tremendamente efficace. Gil era la garanzia, della prestazione e dell’orgoglio biancorosso. Poi le stagioni trionfali, col numero uno grande protagonista, e la bufera: prima il calcioscommesse, poi le combine di Bari-Treviso e Salernitana-Bari. Con Gillet che finisce nel tritacarne, accusato addirittura di esserne uno dei promotori. Lui che gli «zingari» e gli altri taroccatori professionisti di partite nelle intercettazioni chiamavano «la vergine bianca» o «il presidente», definendolo irraggiungibile, inavvicinabile per questi scopi.

Come ricorda la settimana prima di Salerno?

«Avevamo stravinto il campionato, c’era grande euforia, la città era impazzita di gioia e noi con lei. Sapevo da settimane che non avrei giocato, la concentrazione non era certo più al massimo. Detto questo, di “vendere” la partita era comunque escluso, impensabile. Ma che la squadra fosse in un certo qual modo rilassata era evidente. E poi...».

Poi cosa?

«La festa per la promozione, col pullman bloccato da cento, forse centoventimila persone in delirio. Certe sfilate, certe adunate popolari le ho viste solo per i vincitori della Coppa del Mondo o della Champions... Donne, bambini, è stato incredibile, qualcosa che resta dentro per sempre».

E la vigilia di Bari-Treviso?

«Pago con l’omessa denuncia e me la tengo, anche se mi impedirà di andare in Brasile con la Nazionale belga e sarà il mio rimpianto più grande. Ma le carte processuali raccontano che io e Stellini andammo a chiedere chiarimenti a qualche compagno, ma erano rumors, sussurri che iniziavano a circolare. Ma nessuno mi aveva certo proposto di vendere la partita. Agli atti, e Lanzafame lo dice esplicitamente («facemmo tutto di nascosto da Gillet...»), c’è che io alzai anche la voce negli spogliatoi e dissi chiaramente che me la sarei giocata, invitando tutti a fare lo stesso. Cosa avrei dovuto denunciare?»

I tifosi del Bari si tormentano da anni: cosa successe nello spogliatoio di Marassi dopo quel Genoa-Bari 2-1?

«Nulla più di quello che succede nello spogliatoio di una squadra che domina una partita, mette quattro volte un giocatore davanti al portiere avversario e alla fine, in undici contro dieci, la perde così scioccamente: una incazzatura monumentale, volarono parolacce irripetibili, i toni erano alterati. Ma niente di irrituale. Anche se capisco che i tifosi del Bari cerchino ancora una ragione a tante cose».

f.c.

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