Cerca

Barese Fabio Poli «La A non è diritto acquisito»

di GAETANO CAMPIONE
Tutto tace. Sul fronte dell’As Bari e su quello dell’utilizzo dello stadio San Nicola il futuro continua ad essere denso di nubi e di incognite. Allora, proviamo ad avviare un dibattito serio e costruttivo con chi ha a cuore le sorti della vicenda. Fabio Poli, barese, è un esperto di marketing sportivo. Il suo lavoro lo porta in giro per il mondo. Lui vede, osserva e studia il mondo del calcio molto da vicino
Barese Fabio Poli «La A non è diritto acquisito»
di GAETANO CAMPIONE

Tutto tace. Sul fronte dell’As Bari e su quello dell’utilizzo dello stadio San Nicola il futuro continua ad essere denso di nubi e di incognite. Allora, proviamo ad avviare un dibattito serio e costruttivo con chi ha a cuore le sorti della vicenda. Fabio Poli, barese, è un esperto di marketing sportivo. Il suo lavoro lo porta in giro per il mondo. Lui vede, osserva e studia il mondo del calcio molto da vicino. Una competenza riconosciuta anche dall’Associazione italiana calciatori.

Come vede la situazione barese? «Partiamo da un presupposto: non sarò popolare. Avere una squadra in serie A non è un diritto; è opportunità per una città. Un’opportunità che va costruita, coltivata e alimentata, costantemente. Una squadra di vertice è un messaggio, un punto di riferimento ed un punto di orgoglio per la città e per la comunità. Due concetti molto astratti, quelli di città e comunità, che troppo spesso facciamo finta di dimenticare in questa città che storicamente non brilla per spirito aggregativo. E così troppo spesso ci concentriamo a parlare dei problemi di classifica, di uno stadio troppo grande o di una proprietà e di un Comune che sembrano non riuscire a dialogare tra loro».

Come si esce dallo stallo? «Il problema, ahimè, è altrove. Diciamo pure che è un problema di "responsabilità diffusa". Una società di calcio di vertice è una risorsa concreta per la città, uno strumento di marketing territoriale unico. È un patrimonio sociale sul quale tutti devono investire, come una strada, un servizio pubblico, un giardino. Un capitale sociale, amministrato da una società privata (che persegue legittimi obiettivi di business) che la comunità ed il sistema devono imparare a difendere e amare. I soggetti coinvolti sono molti. Ciascuno ha un suo ruolo autonomo ben definito ed una responsabilità di dialogo altrettanto chiara. Il Comune, la società sportiva, i calciatori, la Lega e, naturalmente, i tifosi».

Quindi? «Mai come in questo momento il Bari rappresenta la situazione della città. Molto oltre i presunti problemi societari di un gruppo che da 36 anni amministra questo patrimonio e che ha regalato alla città visibilità, soddisfazioni e una ribalta nazionale molto più pregiata di quella data da episodi di malavita e querelle giudiziarie. Se, oggi, questa proprietà ha deciso di lasciare il suo posto ad un "migliore offerente", il passaggio va favorito e accompagnato. Da tutti. Senza la pretesa di imporre soluzioni dall’alto o di processare un gruppo di professionisti (il management e i calciatori) che stanno svolgendo egregiamente il loro compito nel clima più difficile. La società deve, dunque, aprirsi alla città».

La Lega può fare qualcosa? «Fortunatamente, in questo momento, la Lega di serie B rappresenta un humus ideale nel quale ricostruire le condizioni migliori per tornare ad essere grandi e forti. Un humus fatto di competitività, visibilità e tensioni adeguate e bilanci controllati. Per di più, l’esistenza di una Lega giovane, attiva e impegnata garantisce quell’attenzione che una piazza come Bari merita per tornare ai livelli che il suo bacino d’utenza meriterebbe. La Lega, dunque, deve esserci».

Tutto gira intorno alla ristrutturazione e alla gestione dello stadio. «Il problema dello stadio è una priorità, certo. Ma non nei termini nei quali è stato sin’ora proposto. D’accordo: si tratta di un impianto nuovo ma con problemi vecchi. Un impianto localizzato in uno dei pochi spazi all’epoca possibili, certamente sovradimensionato, figlio di logiche dell’abbondanza dell’e poca. Uno stadio sul quale oggi grava un vincolo architettonico che andrebbe bene per il Colosseo o per l’Arena di Verona, non per il San Nicola di Bari. L’ironia urbanistica di questa città sta nel fatto di avere due stadi da serie A e neanche uno che vada bene come "casa del calcio". Fortunatamente il Comune oggi parla la lingua dello sport e ha messo a fuoco il problema, facendo sforzi importanti dal punto di vista del dialogo e degli strumenti che una pubblica amministrazione può mettere in campo. Il Bari non può non avere una casa adeguata, non può fallire e non può spegnerai per eutanasia sportiva. Una società di vertice ed uno stadio devono essere al centro degli impegni politici di chi amministrerà la città ma il prato del San Nicola è un terreno per le partite di calcio e non per le partite elettorali ».

I tifosi sono stanchi, amareggiati, disillusi. «I tifosi rappresentano il gruppo sociale che ha il maggiore tasso di responsabilità inespresse e che, sino ad ora, ha concentrato il suo impegno sulla contestazione più che sulla costruzione di un futuro. Qui torniamo al problema principale, che è un problema culturale della città. Siamo come le pietre dei "muretti a secco": bellissime creazioni architettoniche, che stanno insieme per la sapienza ingegneristica di chi li monta; che difendono ulivi e vigne, patrimonio del nostro territorio. Ma stiamo insieme senza nessuna malta. Ci disgreghiamo al primo assalto. Proprio i tifosi hanno un potere ed una responsabilità inespressi. Hanno il diritto di dire la propria, come stanno facendo, ma hanno anche il dovere di difendere un patrimonio che è prima di tutto anche loro. Perché non è un diritto avere una squadra in serie A, non è un diritto vincere un campionato. È un traguardo che si raggiunge tutti insieme. Senza polemiche e, persino, senza stadio (pensate al Sassuolo). I tifosi e i media devono giocare la loro partita, ma con l’obiettivo di fare gioco, non solo di distruggere il gioco di un avversario che, in effetti, non c’è».

Ritorniamo al problema dei "muretti a secco"... «Tutti i soggetti coinvolti stanno facendo, a loro modo, la loro parte. Recitando un ruolo che è frutto di molte incomprensioni ma anche di molto impegno. Ognuno difende il suo ruolo e le sue competenze. Ma non c’è più dialogo. Sarà per le magliette, sarà per le campagne, sarà per le scommesse o per le contestazioni. Sarà per quel che sarà ... Ma questa città merita una vetrina. Merita un’opportunità per ripartire alla grande. E se il Bari calcio può diventare quello che non siamo mai riusciti a far diventare San Nicola, ben venga».

Alla fine, cosa serve, secondo lei? «Ognuno ha il suo ruolo, in questo processo di marketing territoriale che non è particolarmente complicato da capire, neanche per un bambino. Serve un dialogo. Aperto, sereno, concreto. Magari favorito, moderato, esperto. Ma costruttivo. Un dialogo in cui ognuno reciti un ruolo ben preciso e che abbia i poteri per arrivare ad una soluzione vantaggiosa per tutti. Le condizioni ci sono se tutti facciamo un passo indietro».

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su

Caratteri rimanenti: 400