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Lunedì 25 Settembre 2017 | 02:58

Equilibrio e cuore la ricetta del Melfi in Seconda Divisione

di FRANCESCO COSTANTINI
BARI - Da giocatore era elegante, tecnico, già un piccolo allenatore in campo. Cresciuto nel settore giovanile del Bari, centrocampista col fosforo, biondo con gli occhi azzurri, classico esempio dei geni svevi trapiantati al Sud, lo chiamavano Haller, come il campione del Bologna e della Germania. Breve la vita felice da giocatore di Leonardo Bitetto, per tutti Dino, che dopo aver contribuito alla mitica promozione in serie B del Matera tornò al club biancorosso e poi alla Cavese. Un infortunio al ginocchio lo fermò a 24 anni. Adesso a Melfi è alla guida della squadra rivelazione, la più giovane del campionato, l’unica che resista in Basilicata tra i professionisti, da ben 11 stagioni
Equilibrio e cuore la ricetta del Melfi in Seconda Divisione
di Francesco Costantini

BARI - Da giocatore era elegante, tecnico, già un piccolo allenatore in campo. Cresciuto nel settore giovanile del Bari, centrocampista col fosforo, biondo con gli occhi azzurri, classico esempio dei geni svevi trapiantati al Sud, lo chiamavano Haller, come il campione del Bologna e della Germania. Breve la vita felice da giocatore di Leonardo Bitetto, per tutti Dino, che dopo aver contribuito alla mitica promozione in serie B del Matera tornò al club biancorosso e poi alla Cavese. Un infortunio al ginocchio lo fermò a 24 anni.

«Per fortuna ressi psicologicamente alla botta. Avevo avuto maestri importanti, nel giro di poco mi riciclai da tecnico al settore giovanile barese. Da lì è partita la mia seconda esistenza nel calcio: Trani, Molfetta, Bisceglie, Barletta, Andria, Catanzaro, Frosinone, Manfredonia con la doppia promozione dalla serie D alla C1, Monopoli, Giulianova, L’Aquila...».

E adesso Melfi, alla guida della squadra rivelazione, la più giovane del campionato, l’unica che resista in Basilicata tra i professionisti, da ben 11 stagioni.

«Resistere da tutto questo tempo è un vero miracolo - dice Bitetto - Merito di un ambiente sano, di dirigenti appassionati che fanno calcio con pazienza e attenzione, senza sprecare un centesimo e senza sbagliare scelte».

Come segue la città la squadra?

«C’è un nocciolo duro di 4-500 tifosi che non mancano mai, compreso un gruppetto ultras che ci segue quasi ovunque. Adesso speriamo che venga qualcuno in più a sostenerci, non abbiamo fatto ancora niente e ne siamo consapevoli. Il campionato è appena cominciato, sarà durissimo, con di fatto nove promozioni nella nuova Serie C e nove retrocessioni nella vecchia Serie D. Dovessimo mai entrare in quelle prime nove sarebbe un autentico miracolo. e dovremmo pensare al futuro con ancora maggiore attenzione».

Ma su cosa si regge il giocattolo Melfi?

«Organizzazione, compattezza, infinita passione, scelte condivise, equilibrio gestionale e dirigenziale. Il presidente Maglione e gli altri soci si informano, seguono, vogliono condividere ogni passo, non invadenti ma presenti, lucidi. Il direttore sportivo è Gioacchino Novelli, salernitano, fratello dell’allenatore, che va in giro a mettere il naso nelle categorie minori, il direttore dell’area tecnica è Pier Paolo Castaldi. Per scelta condivisa anche da me, che sono ormai un esperto nella gestione dei giovani, noi abbiano otto undicesimi della squadra formata da under, nati dopo il 1991. La Lega elargisce un contributo a minutaggio e una sorta di premio finale, legato anche all’attività giovanile. Siamo la squadra più giovane d’Italia e la quota che ci spetta è importante, è quella che ci consente di sopravvivere e fare calcio».

Come è schierata la squadra?

«Quest’anno con un classico 4-4-2, non proprio spregiudicato, alla Ventura per intenderci, ma propositivo, sempre giocato, con i quattro davanti ricchi di qualità, i due esterni bassi che salgono, cercando di restare sempre equilibrati. Sappiamo di dover correre dall’inizio sino alla fine di ogni partita e di tutto il torneo. Non possiamo permetterci il lusso di rallentare mai. Mi aiuta uno staff compatto: Andrea Destino, che ha smesso giovane come me e che fa da aiuto tecnico, Pasquale Visconti, allenatore in seconda e dei portieri, e Pasquale Sepe, il preparatore atletico. Bravissimi, lo dico senza piaggeria».

Parlavi di maestri...

«Dibenedetto a Matera ma prim’ancora Mario Santececca a Bari, che era un tecnico di valore assoluto, modernissimo, poi naturalmente Catuzzi».

Com’era Enrico?

«Sento tecnici che oggi dicono le cose che diceva lui trenta e più anni fa, sembrava matto. Andavamo in campo e sentivamo gli avversari, gli allenatori, che si interrogavano: ma come c... giocano questi? Che fanno? Avesse avuto più fortuna quella squadra e fosse salita in A probabilmente il destino del Bari sarebbe stato diverso».

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