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«I soldi per perdere il derby Bari-Lecce Masiello li ha presi»

di FRANCESCO COSTANTINI
BARI - Andrea Masiello ha ritrattato per l’ennesima volta. Nel derby con il Lecce, perso sul campo 0-2, l’ormai celeberrimo autogol fino a ieri volontario è diventato involontario. Ma soprattutto l’ex difensore biancorosso ha tirato nuovamente in ballo i suoi compagni di «trucco e parrucco», i baresi Gianni Carella e Fabio Giacobbe: «Non li ho presi (i soldi della combine, ndr)». Ma Carella smentisce
«I soldi per perdere il derby Bari-Lecce Masiello li ha presi»
di Francesco Costantini

BARI - Andrea Masiello ha ritrattato per l’ennesima volta. Non tutto, ma la parte più importante, quella più eclatante, delle sue incredibili avventure baresi, quella relativa al derby con il Lecce, perso sul campo 0-2 con l’ormai celeberrimo autogol. Fino a ieri volontario, fatto apposta per mettere un sigillo notarile all’accordo, dall’altro giorno - abbiamo appreso da una lunga intervista alla Gazzetta dello Sport, assolutamente involontario. Ma soprattutto l’ex difensore biancorosso ha tirato nuovamente in ballo i suoi compagni di «trucco e parrucco», i baresi Gianni Carella e Fabio Giacobbe: «Non li ho presi (i soldi della combine, ndr). Certo, ho assecondato Giacobbe e Carella (arrestati con lui). Mi dicevano: “ci sistemiamo”. Carella aveva contattato quelli del Lecce facendogli credere che potevano comprare la sfida. In estate siamo andati da loro: ho detto che l’autogol era vero».

Gianni Carella accetta per la prima volta di parlare con un giornalista. Non lo ha mai fatto sinora in una intervista articolata ma le ultime dichiarazioni di Masiello proprio non gli vanno giù.

«Intanto, il punto chiave - afferma - Masiello dice due cose vere in quella intervista. Che l’autogol non fu assolutamente fatto apposta e che lui non prese i soldi. Lui i soldi non li ha mai toccati, non ha mai voluti in mano: li ha intascati il padre per lui. Li ho portati io a Viareggio, al battesimo della bambina alla quale mi aveva invitato, e li ho consegnati al padre sul sedile posteriore della macchina sulla quale sono venuti a prendermi in aeroporto a Pisa. Sta tutto negli atti processuali, cristallizzato dalle indagini, dalle dichiarazioni nel nostro patteggiamento (un anno e 5 mesi lui e Giacobbe, un anno e dieci mesi Masiello)».

La Gazzetta lo aveva già scritto, ma sarà bene chiarire i dettagli: quanti furono alla fine? E come li versò al padre di Masiello?

«Duecentomila in tutto. Masiello ci mandò a Lecce a trattare e la mattina della partita mi chiamò dicendomi: avvisa il tuo amico che la partita la facciamo in tre, non più in quattro. Se perdiamo passiamo all’incasso, se vinciamo o pareggiamo raccontiamo che all’ultimo minuto gli altri si sono tirati indietro. Ma era solo lui».

Ma come nasce la cosa? In che ambiente matura?

«La città si andava riempiendo di voci ma lui continuava a ripetere che non si poteva far niente, che lo spogliatoio era spaccato tra giocatori arrivati da poco, altri più carismatici che non ne avrebbero mai voluto sapere, altri ancora più malleabili ma non affidabili, cioè che avrebbero potuto tirarsi indietro pur avendo detto si».

Allora la leggenda di uno spogliatoio in vendita non è mai stata vera. Tutto ruotava intorno a Masiello, era lui che si agitava, che cercava alleati, che ci provava.

«Certo che si. La prima partita sulla quale ci propose di puntare fu Bari-Genoa del primo anno di serie A. Ci dice: pareggiamo sicuro. Finì 3-0. La settimana dopo il Bari va ad Udine: lui ci chiama e, per rifarci, dice lui, ci segnala il 2-2 sicuro, dice che sono tutti d’accordo, parla di otto-nove giocatori per parte. Ci salviamo solo perché, non fidandomi, gioco sul pareggio (fu 3-3) e non sul risultato finale. E così fu l’anno dopo, nel finale, quando la situazione era già compromessa e torna a darci risultati, perché noi non aggiustavamo niente di niente, ci limitavamo a scommettere. Sottolineo che ci abbiamo quasi sempre rimesso, come hanno accertato le verifiche degli investigatori».

Ma quanti erano i giocatori coinvolti? In che modo?

«C’era un nocciolo duro che non è mai stato coinvolto, che era proprio inavvicinabile. Penso a Gazzi, Barreto, Almiron, Donati, lo stesso Gillet. Nel giro delle scommesse Gillet lo chiamavano l’intoccabile, la vergine bianca, il presidente: Nicola De Tullio (un altro ristoratore-scommettitore coinvolto nell’inchiesta a vari livelli) diceva che non si potesse nemmeno scherzare di queste cose con lui. E con Masiello aveva un pessimo rapporto, lo aveva anche picchiato sulla rampa esterna della Curva Nord».

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