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E' divorzio tra Bari calcio e Angelozzi Guido, il ministro senza... portafoglio

di ANTONELLO RAIMONDO
BARI - Guido Angelozzi se ne va. Ma senza sbattere la porta, non sarebbe nel suo stile. La sua avventura col Bari finisce qui (il 30 giugno). Un addio che era nell’aria ma che ieri ha trovato la sua ufficialità al culmine di una conferenza stampa in cui ci sono stati momenti di rabbia e commozione, realismo e autocritica. Alle spalle tre anni intensi. Un lavoro complicatissimo
IL COMMENTO - Giù il cappello dobbiamo dirgli grazie di Francesco Costantini
E' divorzio tra Bari calcio e Angelozzi Guido, il ministro senza... portafoglio
di ANTONELLO RAIMONDO

BARI - Guido Angelozzi se ne va. Ma senza sbattere la porta, non sarebbe nel suo stile. La sua avventura col Bari finisce qui (il 30 giugno). Un addio che era nell’aria ma che ieri ha trovato la sua ufficialità al culmine di una conferenza stampa in cui ci sono stati momenti di rabbia e commozione, realismo e autocritica. Alle spalle tre anni intensi. Un lavoro complicatissimo. Angelozzi è arrivato a Bari quando i Matarrese hanno cominciato un certo progetto di ridimensionamento. Già dalla stagione di A. «Si compra solo dopo aver venduto», la parola d’ordine. Era il Bari di Barreto e Almiron che, però, a giugno erano tornati rispettivamente a Udinese e Juventus per fine prestito.

Angelozzi li ha riportati alla base in comproprietà dopo aver fatto infuriare Preziosi e Capozzucca. Il Genoa si faceva forte della stretta di mano con Perinetti per riscattare il quotatissimo Bonucci a una cifra che oscillava tra i 2,5 e i 3 milioni di euro. Alla fine il Bari ne incassò 7,5 dalla Juve. Ecco, questo è Angelozzi. Uno che quando sbaglia ci mette sempre la faccia e dice «io». E se qualche volta gli capita una trattativa azzeccata spiega che «la società ha fatto un sacrificio importante». Se ne va, Angelozzi. Con le ferite ancora aperte. Troppa prevenzione nei suoi confronti. E anche spifferi di cattiveria. Prendiamo il caso scommesse. Tutti a sentenziare «ma dov’era il direttore sportivo, non controllava?». Quando, poi, s’è scoperto che le partite si regalavano anche l’anno prima nessuno ha aperto bocca. E che dire di Fedato? Guai a dire che fosse una scoperta di Angelozzi. Falso, verità distorta, giornalisti servili.

Domanda: e se pure fosse vero che Fedato l’ha scoperto il Catania e poi si è coinvolto il Bari quale sarebbe il problema? Ai tempi di Perinetti, giustamente celebrato in quanto vincente, si raccontava di un diesse con i rapporti giusti, esperto e «agganciato ». E quindi? L’uomo illuminato nella scelta di Conte e Ventura. Ma per Angelozzi vale meno. E se Torrente l’ha portato lui... guai a ricordarselo. Non fa... «giurisprudenza».

Tant’è che mai nessuno s’è sognato di attribuirgliene il merito. Dimenticando che, così, si toglie credibilità al sacrosanto diritto di critica. «Me ne vado perché sento che il mio ciclo qui è finito - spiega il diesse catanese - ad Antonio Matarrese l’ho detto dopo la partita di Novara. Ci è rimasto un po’ così ma gli ho spiegato. Sarò sempre grato per la possibilità che mi hanno dato. Lavorare a Bari è stato un grande regalo, parliamo di una grande piazza e di una città in cui ho vissuto alla grande. Nonostante la retrocessione e le difficoltà incontrate nel mio cammino». «Me ne vado con un pizzico di amarezza, però, perché credo di aver sempre rispettato tutti ma di non aver ricevuto uguale trattamento - aggiunge Angelozzi - e mi riferisco al mese di febbraio quando mi hanno accusato di aver distrutto la squadra. Ho letto e sentito cose assurde. Le critiche fanno parte del gioco, non mi fanno paura. Però si è andati oltre. Ho sentito cattiverie sul piano personale. E questo non lo accetto».

«Credo che sia stato fatto un buon lavoro - dice ancora - ho trovato 45 calciatori e una situazione debitoria pesante. Oggi il Bari non è quella scatola vuota di cui sentivo parlare. C’è un gruppo di calciatori importanti. Mi aspettavo che qualcuno dicesse “ho sbagliato valutazione”. Invece no. L’obiettivo da colpire è sempre Angelozzi. Ricordate le critiche a Rossi e Tallo? Sul primo bastava dare un’occhiata all’almanacco. L’altro è un giovane di cui sentirete ancora parlare. E poi Sciaudone, Romizi, Sabelli, Defendi, Ceppitelli, Dos Santos, Fedato. Li ho portati io e ne sono orgoglioso».

«Certo, mi pesa abbandonare il lavoro sul più bello - la conclusione un po’malinconica ma a testa alta- già quest’anno credevo che il Bari potesse arrivare ai playoff anche col meno 7. Con Torrente è stato fatto un bel lavoro anche se hanno provato a metterci contro. Abbiamo valorizzato il patrimonio societario. Per me credo che parlino i conti della società. Basta andarli a guardare e capire quello che ho fatto. Un’ultima cosa: per qualcuno sono un direttore scarso ma conosco la parola lealtà».

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