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Martedì 26 Settembre 2017 | 11:22

Congressional Cup in salsa salentina Vince Simone Ferrarese

di STEFANO LOPETRONE
Dall’Approdo di Porto Cesareo alla giacca rossa di Long Beach. Dall’atmosfera ovattata di un’uscita in mare con la mamma, sulla barca di famiglia, al circo della vela mondiale. Barese di nascita, ma salentino a tutti gli effetti, Simone Ferrarese, 25 anni, ha anticipato le tappe. Fino a vincere il trofeo più prestigioso al mondo, dopo la Coppa America, di uno sport planetario: la Congressional Cup. Che sta alla vela come Wimbledon sta al tennis (nelle foto Ferrarese al timone)
Congressional Cup in salsa salentina Vince Simone Ferrarese
di STEFANO LOPETRONE

Dall’Approdo di Porto Cesareo alla giacca rossa di Long Beach. Dall’atmosfera ovattata di un’uscita in mare con la mamma, sulla barca di famiglia, al circo della vela mondiale. Barese di nascita, ma salentino a tutti gli effetti, Simone Ferrarese ha anticipato le tappe. Fino a vincere il trofeo più prestigioso al mondo, dopo la Coppa America, di uno sport planetario: la Congressional Cup. Che sta alla vela come Wimbledon sta al tennis. 

È cresciuto tra Carmiano e Lecce, Porto Cesareo e Otranto, il Federer della vela. Simone è un predestinato, un figlio d’arte. Lo hanno tirato su un padre ed una madre che hanno fatto la storia della vela pugliese e salentina: papà Rober to, coach all’ultima Amercia’s Cup di Valencia e capace di vincere tutto nella sua carriera, e mamma Ines Montefusco, più volte campionessa italiana. «Ho vissuto tra vele e regate fin da piccolo», dice Simone, 25 anni. «Dicevano che avevo una buona sensibilità e un’ottima percezione del vento e del campo di gara. Ma io in barca ci andavo perché in mezzo al mare mi sentivo in pace con me stesso. Il vero segreto è stato vivere questo sport come un divertimento». 

Come ha vissuto l’eredità sportiva dei suoi genitori? «Con molta serenità. E di questo devo ringraziare loro per primi. Oggi incontro ragazzini di 12 anni completamente sovraccaricati di responsabilità, di un agonismo eccessivo. Nella vela come negli altri sport. Tutto ciò per un carico di aspettative illegittime dei genitori: questi ragazzini magari vincono all’inizio per un esasperato senso agonistico, ma non divertendosi sono destinati ad esaurire la carica, a spegnersi velocemente. Lo sport è tale perché diverte. Ecco, io questo peso sulle mie spalle non l’ho mai avvertito». 

Che rapporto ha con la sua città? «Purtroppo ormai ci torno sempre più di rado. Ma quando sono a Lecce la vivo insieme con i miei amici di sempre. Con loro coltivo la mia passione, il surf, e passeggio tra i locali della movida. Al mattino invece mi immergo nel lavoro della Veleria Montefusco, nella zona industriale». 

Come ti sembra Lecce, ora che giri il mondo? «È cresciuta molto. Spero che non cambi troppo, però. Così com’è è bellissima: piccola ma con una luce splendente che si riflette sulla sua pietra coloro ocra. Nel resto del mondo non si trova niente di simile: te ne rendi conto solo quando vivi fuori». 

Come ha coniugato un’attività sportiva così impegnativa con la scuola? «Con difficoltà, purtroppo. Ho frequentato le elementari al Battisti, le medie al Galateo e il liceo al De Giorgi: i professori spesso si sono messi di traverso tra me e la vela. Il rapporto tra scuola e sport, in Italia, è molto difficile. La vela, tra l’altro, è più penalizzata di altri sport. Per fortuna nel Salento qualcosa si muove, grazie all’impegno di mia madre, che sta facendo di tutto per ampliare la base dei praticanti con la sua Montefusco Sailing School. Qui le potenzialità non mancano: il mare è stupendo, sole e vento ci sono tutto l’anno. Se la vela è diffusissima in Svezia o Danimarca, non si capisce perché non debba esserlo anche da noi. Ci sono le condizioni per organizzare un grande evento internazionale, se solo ci fosse la volontà. Magari un match race: sarebbe un’opportunità per la vela e anche per il territorio».

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