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«Comitato di rinascita per rilanciare il Bari»

di GAETANO CAMPIONE
BARI - L’operazione è complessa. Ma è l’unica praticabile. Guarda indietro, alla storia dell’As Bari e punta al futuro, per chiudere definitivamente un capitolo e aprirne - se possibile - un altro. Prevede l’uscita di scena della famiglia Matarrese con una specie di separazione consensuale, che dia loro l’onore delle armi, ma che contemporaneamente faccia chiarezza, una volta per tutte, smontando eventuali alibi, sulla situazione debitoria della società. Presupposto indispensabile per far sì che l’operazione abbia successo (nella foto, Antonio Matarrese)
«Comitato di rinascita per rilanciare il Bari»
di Gaetano Campione

BARI - L’operazione è complessa. Ma è l’unica praticabile. Guarda indietro, alla storia dell’As Bari e punta al futuro, per chiudere definitivamente un capitolo e aprirne - se possibile - un altro.

Prevede l’uscita di scena della famiglia Matarrese con una specie di separazione consensuale, che dia loro l’onore delle armi, ma che contemporaneamente faccia chiarezza, una volta per tutte, smontando eventuali alibi, sulla situazione debitoria della società. Presupposto indispensabile per far sì che l’operazione abbia successo.

Attorno alla questione dei debiti si gioca la partita decisiva. Spulciando l’ultimo bilancio disponibile, quello del 2011, la fotografia è questa: 15 milioni di euro di debiti tributari, 7 milioni nei confronti dei fornitori, 5 milioni chiedono le banche e 12 milioni bisogna dare a chi si è occupato dei servizi (dai viaggi ai ritiri, ai pranzi). Totale: quasi 40 milioni di euro (vi risparmiamo gli spiccioli). Il patrimonio dei calciatori è quantificato in 7 milioni di euro. Si sa anche che l’As Bari sta cercando un accordo per spalmare i debiti tributari su un periodo più lungo, di 15 anni. Cosa che potrebbe rendere più appetibile l’eventuale cambio di cessione. Ma l’As Bari Spa (controllato all’89 per cento dai Matarrese, al 10 per cento da De Bartolomeo e all’1 per cento da piccoli soci) è inserito nella costellazione di società del gruppo della famiglia di imprenditori baresi che hanno interessi in altri rami d’azienda. Un particolare importante che spiega, forse, le difficoltà legate alla eventuale vendita. Ci spieghiamo meglio.

Se la casa madre del gruppo chiudesse il bilancio con un utile di 10 milioni di euro, dovrebbe pagare le tasse su questa somma. Nel caso in cui, invece, il Bari chiudesse con 11 milioni di passivo, il gruppo potrebbe compensare questa perdita con gli attivi delle altre società e dunque presumibilmente avrebbe un credito fiscale e non pagherebbe le tasse sui 10 milioni di utile. Sia chiaro, è tutto legale, alla luce del sole. Anche le perdite di 5 milioni di euro ripianate a ottobre - spiegano gli esperti - sono frutto di un’operazione contabile realizzata stornando un residuo accantonamento nel patrimonio netto, la cosiddetta riserva straordinaria, e non ricorrendo a iniezioni di danaro contante. Fanno così tutte le società. Altrimenti, da Moratti a Berlusconi, nessuno avrebbe interesse a investire risorse nel calcio.

Dunque, l’As Bari Calcio Spa serve. Tant’è che - recita la normativa - «lo stato di insolvenza di una delle società del gruppo è del tutto indifferente al patrimonio delle altre società del gruppo». Insomma, se il Bari dovesse fallire, la casa madre avrebbe solo un danno di immagine e ne risponderebbe per quel famoso 89 per cento di azioni in possesso alla famiglia Matarrese.

È anche vero, però, che è difficile ripetere, ogni anno, l’exploit con una squadra low cost, avendo la fortuna di trovare una nidiata di piccoli campioni, un allenatore capace, un direttore sportivo in grado di fare miracoli e via dicendo. Se non si investe nella società, prima o poi, il vento cambierà e la squadra si troverà a lottare inevitabilmente con il fondo della classifica.

Gennaio, dunque, diventa un mese strategico per il futuro del Bari. A partire dal mercato. Se i pezzi migliori dovessero andar via, rimanendo solo fino alla fine del campionato, la prossima stagione potrebbe trasformarsi in un calvario sportivo. E non è detto che Torrente e Angelozzi rimangano al loro posto, se allettati da progetti di più ampio respiro. Non bastano il difensore greco di 18 anni Vosnakidis o l’eventuale arrivo del terzino brasiliano Da Silva, di 22 anni, a rilanciare le ambizioni.

Allora, qual è la via d’uscita?

Per due volte, nella storia della società, scesero in campo i sindaci. Lo fece Nicola Damiani e prima di lui Francesco Chieco. Vennero individuati professionisti rappresentativi e prestigiosi in grado di rilanciare l’immagine biancorossa e si ricominciò da zero. Nacquero i comitati di rinascita, le vecchie proprietà fecero un passo indietro uscendo di scena dopo aver ripianato la situazione debitoria e volti nuovi misero energie (leggi soldi), autorevolezza e credibilità.

Lo schema si può riproporre? Certo. Lo ha detto senza mezzi termini, in un’intervista alla «Gazzetta», il presidente del Coni pugliese, Elio Sannicandro: «Serve un progetto di rinascita che metta insieme il meglio della società civile barese, imprenditori, professionisti, notabili ma anche cittadini che abbiano alto il senso morale e un grande amore per la città».

A patto che la proprietà voglia veramente salutare. I 50 milioni di euro che secondo qualcuno i Matarrese vorrebbero per togliere il disturbo, non hanno il pregio della concretezza.

I baresi solo due volte, negli ultimi decenni, hanno voltato le spalle alla città. La prima quando vollero ignorare il mare, prevedendo una espansione urbanistica all’interno, la seconda decidendo di detestare i Matarrese nonostante i 15 campionati di serie A (questi non si possono dimenticare). Non c’è una motivazione precisa. I demeriti sono diventati antipatia allo stato puro, l’attuale dirigenza lavora per garantire la sopravvivenza della società, senza guardare oltre. 

Insomma, il feeling con la città è ai minimi termini, i contenziosi con la città (leggi amministrazione comunale) sono destinati ad aumentare (Punta Perotti, Consorzio Stadium), le fidejussioni personali dei Matarrese hanno superato ogni ragionevole limite, di investimenti per la squadra neanche a parlarne. E nonostante il Bari sia in autogestione e ufficialmente la famiglia si sia disimpegnata, i Matarrese continuano a decidere. Inoltre, l’orgoglio della famiglia respinge l’ipotesi di un’uscita di scena ingloriosa dopo tutto quello che ritiene di aver garantito al Bari. Qui si potrebbe discutere all’infinito.

Torniamo al comitato di rinascita. I tempi sembrano maturi, prima che sia troppo tardi. In passato il sindaco ha dato la sua disponibilità a scendere in campo, ha scritto lettere, ha inviato appelli. Poi, tutto si è fermato. Perché i Matarrese sono ancora lì. A chi conviene?

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