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Francesco, dalla droga in un quartiere di Bari al riscatto sul ring

di GAETANO CAMPIONE
BARI - La palestra e la strada. La strada e la palestra. Francesco Liuzzi (nella foto) è cresciuto così. Se nasci al quartiere Libertà di Bari, frequenti certi ambienti e non ti sai difendere, non sopravvivi. La strada gli ha dato tanto e gli ha tolto tanto: a 16 è finito in carcere per spaccio di cocaina. La palestra lo ha cambiato. Lo ha fatto crescere e lo ha tolto alla strada. Lui, oggi ha 23 anni, ha lottato per ritrovare la dignità perduta. Il ring come occasione di riscatto, per guardarsi dentro. Sarà professionista nella categoria super leggeri
Francesco, dalla droga in un quartiere di Bari al riscatto sul ring
di Gaetano Campione

La palestra e la strada. La strada e la palestra. Francesco Liuzzi è cresciuto così. Se nasci al quartiere Libertà di Bari, frequenti certi ambienti e non ti sai difendere, non sopravvivi. La strada gli ha dato tanto e gli ha tolto tanto: a 16 è finito in carcere per spaccio di cocaina. La palestra lo ha cambiato. Lo ha fatto crescere e lo ha tolto alla strada. Lui, oggi ha 23 anni, ha lottato per ritrovare la dignità perduta. Il ring come occasione di riscatto, per guardarsi dentro.

Perché un pugile si guarda cento volte al giorno. Lo fa davanti allo specchio mentre saltella, avanti e indietro, indietro e avanti. Per vivere, Francesco, ha bisogno dell'adrenalina del ring. Un misto di ansia, eccitazione e paura. Quando lo hanno fermato per un anno togliendoli l’idoneità - i medici gli avevano riscontrato un trauma cranico che in realtà era una malformazione dalla nascita - ha pianto di rabbia. Come un bambino. L'idea di non poter combattere lo aveva mandato in tilt: non riusciva a guardarsi più nello specchio della palestra.

Adesso tenta l'avventura più bella per un pugile. Quella del professionismo categoria super leggeri. Dopo 39 incontri, 11 dei quali persi, farà il salto di qualità: «Le sconfitte non le conto - dice -. perché sono quelle che ti fanno crescere». Il pugilato e la strada. La litania non ti abbandona mai, ti martella: «Sul ring le prendi e le dai. Proprio come nelle strade del quartiere». La durezza che ti ha plasmato non la riesci a cancellare, ti rimane appiccicata come un’etichetta. Il sogno di Francesco parte da lontano. Lo racconta lui.

«È stato il destino. Il primo film che ho visto, una volta uscito dall'istituto minorile, è stato Rocky 5. Ho deciso di cambiare tutto salendo sul ring».

Francesco si presenta da Antonio Portoghese, uno che i ragazzi li educa alla vita, come faceva il padre Ciccio . Non solo sport. Il nuovo arrivato si fa subito notare per impegno e costanza. Due allenamenti al giorno, la mattina c'è la corsa, il pomeriggio, la tecnica in palestra. Sinistro, destro, montante. È la combinazione vincente provata e riprovata fino alla nausea. Al quarto match gli rompono il naso: «Combattevo con la guardia bassa».

Francesco si descrive come solo lui sa fare. «Pratico una boxe villacchiona, da figlio di puttana». Che tradotto in un linguaggio tecnico-sportivo significa, più o meno: «Mi muovo in base all'avversario. Se è tozzo gioco di agilità, se è come me sfrutto la potenza»

Gli amici lo chiamano Drago (il richiamo a Ivan, il cattivo di Rocky è diretto), o «Scarcioff» (carciofo, per ricordare l'attività del padre, fruttivendolo). Lui ha i muscoli scolpiti, il fisico scultoreo. Indossa una maglietta con la scritta. “Boxeur des rues”, esibisce con orgoglio i cinque tatuaggi: «Il numero non è definitivo». Ci sono il drago, il simbolo di chi combatte, il nome della fidanzata, Maria («A lei devo tanto,. Anzi, tutto. Mi è stata sempre vicina»), una frase dedicata al cugino che non c'è più, un motivo tribale e le parole «Mi vida loca». Perché?

«Perché io sono pazzo. Mi piace la vita e mi manca la notte. Un pugile non può andare in giro la notte. Quando ho vinto il match con Raffaele Munno, il giorno dopo mi sono ubriacato con gli amici. Ho festeggiato come volevo. La domenica c'era la rivincita e lui mi ha spaccato».

Ora Francesco deve trovare un manager: «Sto provando a Bologna. Se mi va bene il primo combattimento da professionista lo organizzo a Bari prima di Natale. Un match vero, la mia ossessione». E se va male? «Non ci voglio pensare». La boxe del gladiatore del Libertà è fatta di coraggio e di cuore. «Quando vinci, dipende solo da te. Sul ring ci sei solo tu. E tu decidi cosa fare». I consigli dell'allenatore? «Alla fine decido sempre io». Sinistro, destro, montante.

Qual è il colpo che fa più male?

«Sul ring i colpi non si sentono. Non ti accorgi di niente perché dentro scorre un fiume di adrenalina».

Infine, il desiderio nascosto. «Vorrei fare un regalo al mio maestro. Antonio nei momenti difficili mi è stato vicino. Come Maria. Anche lui m ha dato tanto. Lo voglio ripagare portandolo all'angolo sul ring da maestro di un professionista. Sarà il mio modo di dirgli grazie».

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