Cerca

«Via a Paralimpiadi» Le sane emozioni del lucano Di Bennardo

di ALESSANDRO SALVATORE 
Prendete la storia di Vincenzo Di Bennardo, 43 anni, nato a Maratea. Da giovane il suo talento per il basket viene stroncato crudelmente: incidente stradale alla vigilia della convocazione in A1 nella mitica Juve Caserta, ancora unica squadra del Sud Italia a vincere uno scudetto del basket in piedi. Accade nel 1991. Un anno dopo, alla vigilia di Natale del 1992, il destino spazza il sogno di esordire tra i «giganti» del parquet. Amputazione della gamba destra e successiva paraplegia. Ma lo sport non lo molla, ribussa alla sua porta
«Via a Paralimpiadi» Le sane emozioni del lucano Di Bennardo
di ALESSANDRO SALVATORE 

«La Paralimpiade è il sogno covato da sempre e che oggi si avvera. Dopo Londra chiudo la mia carriera di cestista sulla carrozzina, ma nel 2016 voglio essere in Brasile. L’obiettivo è trovare una disciplina che mi permetta di star seduto. Penso al tiro al piattello, visto che a Taranto, dove vivo, c’è l’ex campione Pietro Genga, che ha portato all’argento nello skeet il suo allievo danese Anders Golding». Li chiamano disabili, ma nello sport sono feroci come leoni. 

Prendete la storia di Vincenzo Di Bennardo, 43 anni, nato a Maratea. Da giovane il suo talento per il basket viene stroncato crudelmente: incidente stradale alla vigilia della convocazione in A1 nella mitica Juve Caserta, ancora unica squadra del Sud Italia a vincere uno scudetto del basket in piedi. Accade nel 1991. Un anno dopo, alla vigilia di Natale del 1992, il destino spazza il sogno di esordire tra i «giganti» del parquet. Amputazione della gamba destra e successiva paraplegia. Ma lo sport non lo molla, ribussa alla sua porta. «In quei giorni di ospedale mi venne a trovare il grande Oscar Schmidt - l’ex brasiliano del Caserta, che detiene il record mondiale di punti segnati in carriera pari a 49703 Ndr -, fu lui a ricaricarmi, invitandomi a coltivare la mia passione». La chance viene data a Di Bennardo dal basket in carrozzina. Con la tecnica e l’ago - nismo, in un ventennio si costruisce un ricco palmarès, che contiene tra l’altro due scudetti per club, un oro europeo, un quarto posto (picco storico azzurro) mondiale nel 2010 ed il sesto di «Israele 2011» che ha dato alla Nazionale la sua seconda Paralimpiade. 

È la prima volta per «Vincenzone», che dice grazie «a me stesso, per la tenacia mostrata in questi anni difficili». Il cittì Clifford Fisher lo ha fatto penare, visto che la convocazione è arrivata il 21 luglio. «In precedenza - svela il pivot lucano - avevo parlato col coach e gli avevo detto che mi sarei sentito indispensabile per la spedizione londinese solo se lui mi avesse ritagliato un ruolo preciso, anche piccolo. La sua ufficialità è valsa come un sì». Il cestisti, metà dei quali del Santa Lucia Roma scudettato, formano l’unica formazione azzurra del torneo paralimpico a squadre. «Un onore» , commenta Di Bennardo, che ieri ha esordito ai Giochi britannici perdendo contro la spigolosa Spagna: 67-40. Il commento a caldo è chiaro: «Sapevamo della difficoltà di questa competizione, alla quale partecipa il meglio movimento, a partire dal podio di Pechino ovvero Australia, Canada e Russia. Ma l’Italia mette sul piatto cuore, stoffa ed organizzazione». 

Oggi alle 16.15 nostrane c’è già la chance del riscatto contro gli Stati Uniti, che con i loro «prodotti» fanno spesso le fortune dei club nostrani. «Darò tutto in campo, come sempre», promette Di Bennardo. Spirito giovane, la passione per la fotografia, il cuore diviso tra il basket e Francesca, ed una lingua senza peli: «Il Comitato paralimpico non ha previsto la nostra diaria per Londra. Una decisione uguale, hanno detto, a quella presa dal Coni per i normodotati. Ma a differenza loro, noi non godiamo di ferie pagate nei mesi di allenamento ».

 Lo steccato resta fermo tra i due mondi. Come pensare allora di realizzare un’Olimpiade unica, secondo l’auspicio della cantante-atleta Annalisa Minetti? «La logistica - commenta Di Bennardo - non credo possa garantire il sogno, ma si potrebbe tenere consecutivamente le due manifestazioni, senza dividerle con la prima cerimonia di chiusura». Un altro ostacolo è stato già abbattuto, però. Grazie alla forza dei disabili. Alcuni hanno partecipato anche ai Giochi per normodotati. Dalla tiratrice con l’arco Paola Fantato all’ultimo esempio Oscar Pistorius. «Questa è una bella realtà, ma nel concreto il sudafricano si differenza dagli altri: gode delle protesi ma è privo di acido lattico nelle gambe». Il fine resta unico tra i due emisferi dello sport: vincere. Con o senza carrozzella. Stesso obiettivo di quell’Alex Schwarzer inghiottito dal doping dopo l’oro di Pechino. «Se ha sbagliato è giusto che paghi, ma va rispettato come uomo e non lasciato al suo destino, poiché ha ammesso le proprie colpe». Di Bennardo spera che la sua voce arrivi all’atleta di Vipiteno. A Londra marcia con la palla anche per lui.

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su

Caratteri rimanenti: 400