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Domenica 24 Settembre 2017 | 14:24

I giudici dello sport su derby Bari-Lecce «Semeraro il regista della partita comprata»

ROMA – L'accordo corruttivo relativo alla partita Bari-Lecce del 15 maggio 2011 «vide la piena, consapevole, fattiva e decisiva partecipazione di Semeraro». Questa la tesi espressa dalla Corte di giustizia federale nelle motivazioni della sentenza d’appello del terzo processo stagionale sul calcioscommesse. Nelle 42 pagine completamente dedicate all’esame dei ricorsi presentati dall’ex presidente del Lecce Pierandrea Semeraro e dallo stesso club salentino, escluso dalla serie B per il comportamento illecito del proprio massimo dirigente, l’organo presieduto da Gerardo Mastrandrea ricostruisce nel dettaglio i diversi momenti della combine del derby Bari-Lecce, decisivo per la permanenza dei giallorossi in serie A.
I giudici dello sport su derby Bari-Lecce «Semeraro il regista della partita comprata»
ROMA – L'accordo corruttivo relativo alla partita Bari-Lecce del 15 maggio 2011 «vide la piena, consapevole, fattiva e decisiva partecipazione di Semeraro». Questa la tesi espressa dalla Corte di giustizia federale nelle motivazioni della sentenza d’appello del terzo processo stagionale sul calcioscommesse. Nelle 42 pagine completamente dedicate all’esame dei ricorsi presentati dall’ex presidente del Lecce Pierandrea Semeraro e dallo stesso club salentino, escluso dalla serie B per il comportamento illecito del proprio massimo dirigente, l’organo presieduto da Gerardo Mastrandrea ricostruisce nel dettaglio i diversi momenti della combine del derby Bari-Lecce, decisivo per la permanenza dei giallorossi in serie A. 

«Dopo che Masiello e Carella – si legge nel documento pubblicato sul sito della Federcalcio – maturarono l'idea di offrire al Lecce la disponibilità a tradire la causa della lealtà e dell’onore sportivo, [...] Carella non ebbe esitazioni nell’individuare in Quarta l’ideale tramite con la società del Lecce consapevole degli stretti rapporti di quest’ultimo con Semeraro. Partì, così, già dal 12 maggio 2011 il sistema dei rapporti triangolari tra Carella, Quarta e Semeraro». 

La Corte ricostruisce i numerosi contatti telefonici avvenuti tra i tre soggetti in questione nei successivi due giorni, per poi concludere: «Il culmine di questa negoziazione viene raggiunto tra il giorno prima della partita e quello del suo svolgimento. Non solo la vigilia vede la visita di Carella e Giacobbe presso l’albergo in cui alloggiava il Bari e fa registrare la promessa di denaro a Bentivoglio, Parisi e Rossi; la mattina della gara viene finalmente consolidata la strategia fraudolenta che vede cinque telefonate prima della stessa tra Carella e Quarta, una al termine sempre tra i due e una ulteriore tra Masiello e Carella». 

La Corte rigetta poi le osservazioni presentate dalla difesa, tese a sostenere l’assoluta estraneità del Semeraro nella vicenda e in particolare l’autonomia del Quarta: secondo i giudici, appare evidente come «Quarta abbia agito in nome, per conto e nell’interesse altrui. Ed è del tutto certo che mandante e titolare di un interesse personale e societario proprio fosse Semeraro, che fornì a Quarta la provvista necessaria a effettuare i pagamenti da quest’ultimo promessi agli altri associati».

 In conclusione – e dopo aver esaminato nel dettaglio anche i movimenti bancari del Semeraro – la Corte ritiene che il giudizio di condanna di primo grado nei confronti dell’ex presidente del Lecce «sia solido e univoco» grazie a due «confortanti certezze. La prima è quella della numerosità delle fonti di prova, oltre che della loro confluenza a sostanziale unità. La seconda sta nel fatto che le indipendenti dichiarazioni di cui si tratta (Masiello, Giacobbe e Carella, ndr) posseggono la cruciale attitudine a fungere da reciproco riscontro, fornita come ciascuna di essa è di una autonoma percezione e narrazione della realtà, non mediata dal riferimento indiretto alla altrui esposizione del fatto». 

Per questo la Corte conferma per Semeraro i 5 anni di inibizione già inflitti dalla Commissione Disciplinare, pena «ineccepibilmente motivata e perfettamente calibrata alla gravità del fatto». 

Ripercorrendo le medesime motivazioni, il giudice d’appello ritiene infine congrua anche la sanzione inflitta in primo grado al Lecce, 30 mila euro d’ammenda e soprattutto l’esclusione dalla serie B con successiva riassegnazione a categoria inferiore (individuata dalla Federcalcio nella Prima Divisione della Lega Pro, in attesa dell’ultimo giudizio del Tribunale nazionale di arbitrato per lo sport del Coni, ndr): nell’individuare la pena congrua per il club salentino – spiega la Corte – la Disciplinare ha fatto «ragionata applicazione del principio di afflittività nonchè della congiunta efficacia di più sanzioni, sportiva e pecuniaria, del tutto giustificate dalla straordinaria gravità dell’illecito e dal grande guadagno indebitamente locupletato dalla società beneficiaria».

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