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Paolo Rossi a Polignano «Il mio mitico Mondiale»

di AMERIGO DE PEPPO
POLIGNANO A MARE - I capelli sono ormai ingrigiti, ma, a dispetto dei quasi 56 anni, Paolo Rossi ha mantenuto un fisico asciutto e quello sguardo da predatore che lo caratterizzavano quando ci regalava sogni Mundial. L’ex bomber di Juventus e Nazionale è a Polignano, dove ieri sera, alla rassegna «Il libro possibile» la sua opera letteraria, «Il mio mitico mondiale», scritto a quattro mani con la moglie, Federica Cappelletti.
Paolo Rossi a Polignano «Il mio mitico Mondiale»
Amerigo de peppo

Polignano a mare (bari)I capelli sono ormai ingrigiti, ma, a dispetto dei quasi 56 anni, Paolo Rossi ha mantenuto un fisico asciutto e quello sguardo da predatore che lo caratterizzavano quando ci regalava sogni Mundial. L’ex bomber di Juventus e Nazionale è a Polignano, dove ieri sera, alla rassegna «Il libro possibile» la sua opera letteraria, «Il mio mitico mondiale», scritto a quattro mani con la moglie, Federica Cappelletti.

Giusto 30 anni fa, la sua Nazionale vinceva la finale mondiale con la allora Germania Ovest...

«Per noi fu un momento straordinario, a mio parere quello dell’82 è stato il Mondiale della spontanietà: per la prima volta abbiamo visto la gente riversarsi nelle strade e nelle piazze e fare festa con il tricolore».

Quest’anno, invece, c’è stata l’impresa sfiorata dagli azzurri di Prandelli in Polonia e Ucraina...

«Devo dire che in questi Europei ho visto una Nazionale che ha messo in mostra un buono spirito di gruppo. Prandelli ha lavorato bene ed è stato bravo. Certo, il calcio è cambiato, sono cambiati i calciatori. La nostra generazione era più casereccia, oggi i protagonisti sono inavvicinabili: tra loro e i tifosi, ci sono gli addetti stampa, i procuratori... Poi ci sono i guadagni stratosferici, che certo non influiscono positivamente sull’opinione della gente. Ai miei tempi, invece, c’erano personaggi alla Enzo Bearzot, un uomo di altri tempi, con valori incredibili, capace di costruire un gruppo fantastico».

La Nazionale è stata vincente quando la sua ossatura era formata da calciatori della Juventus: come lo spiega?

«Non dipende solo dalla Juve e poi oggi è più difficile “rifornire” di calciatori la Nazionale, perché i club sono pieni di stranieri. Basti pensare che per anni l’Inter ha giocato con uno o due italiani...».

Lei al Mondiale di Spagna ha visto dal campo due mostri sacri come Maradona e Zico. Come li ricorda?

«Erano decisamente diversi. Maradona aveva una genialità unica e una padronanza di se stesso e del pallone mai viste. Anche Zico aveva tanto talento, ma a differenza di Diego, era più “costruito”».

La sua Juve, nell’82, schierava accanto a lei Tardelli, Boniek e Platini, ma Trapattoni aveva la nomea di difensivista...

«Non lo era, non lo è mai stato. Era pragmatico, sparagnino, sapeva gestire al meglio la squadra, ma non era difensivista. Ricordo gli scontri che aveva nello spogliatoio con Boniek e Platini, che volevano la squadra all’attacco, ma, alla fine, non poteva fare scelte diverse. Poi quella Juve aveva una difesa fortissima: c’era Cabrini, tra i primi grandi terzini d’attacco, c’era Scirea, uno dei più grandi, anche in fase di costruzione di gioco. Insomma, il non plus ultra».

Che differenza c’è tra quella Juve e quella di oggi?

«Il panorama è completamente diverso: questa Juve ci ha piacevolmente sorpreso, anche senza avere grandissimi campioni. Merito di Antonio Conte, che ha imposto alla squadra un metodo di gioco che è risultato vincente».

Oggi il mercato è contrassegnato dalle cessioni di calciatori in comproprietà: lei fu indubbiamente priotagonista della più famosa asta alle buste, quella tra la Juve di Boniperti e il Vicenza di Farina. Come la ricorda?

«La mia posizione all’epoca era chiara: in qualsiasi caso sarei stato contento e soddisfatto, sia se fossi tornato alla Juventus, sia se fossi rimasto al Vicenza, come poi accadde. Del resto, sapevo che prima o poi sarei tornato alla “casa madre”: forse l’ho fatto con un paio di anni di ritardo e, chissà, se fosse successo prima, forse le cose sarebbero andate in maniera diversa».

Ma perché la Juventus non la riscattò e perse la sfida alle buste?

«In quel momento non poteva esporsi. Alla Fiat le cose andavano male e non si poteva mettere nella busta un’offerta con una cifra importante. A quel punto, Farina fece una pazzia, un gesto di sana follia».

Poi lei si è ritrovato con Farina al Milan...

«Sono legato a Farina e credo che se la sia goduta: mi ha considerato un figlio e nel calcio quando ci si innamora è pericoloso. Presidenti come lui non ce ne sono più: lui era furbo, manageriale, ma anche spiritoso, ironico. Oggi l’ambiente è terribilmente noioso: si ride meno, forse per colpa degli interessi economici cresciuti a dismisura».

Nel pianeta calcio cosa è diventata la televisione?

«È diventata quello che doveva diventare per dare un servizio alla gente. Offre un servizio importante, divertente, professionale. È bello guardare la tv quando parla di sport. Certo, andare allo stadio per una partita di calcio è sempre un’emozione, ma anche guardarla in casa, con maxischermo, Hd e, magari, in 3D, è spettacolo. Certo, la televisione brucia in fretta gli avvenimenti. Ricordo però che, se nell’82 la gente si riuniva nelle case per guardare le partite del Mundial in tv - e molti avevano ancora gli apparecchi in bianco e nero - oggi si vivevano le stesse scene. in più con l’alta definizione, riesci a vedere il sudore degli atleti, come se fossi a due passi da loro».

Come vede il calcio tra 30 anni?

«È difficile dirlo. L’unica cosa da fare è avere un occhio di riguardo per la Spagna, in virtù dei suoi successi, dei suoi giocatori di successo usciti dalla “cantera”, come Xavi, Pujol e Iniesta, e delle sue grandi squadre, Real e Barcellona, soprattutto quest’ultima, il cui gioco è quello della Nazionale spagnola».

Chi è il suo erede?

«Dopo Inzaghi, non vedo calciatori con le mie caratteristiche».

Lei avrebbe giocato con Cassano?

«Magari, Antonio è un giocatore piacevole, di grande inventiva. Non a caso lega con Ibrahimovic».

Già, Ibra: lo svedese sembra di nuovo in partenza...

«Fatico a comprendere certe scelte. Nel calcio di altri tempi non era possibile stancarsi di una squadra con tanta facilità. Lui si è stancato della Juve, dell’Inter, del Barcellona e ora del Milan. Ai miei tempi queste erano scelte definitive, ma questi sono solo mercenari, senza identità, senza maglia, ma sono solo alla ricerca di soldi. preferisco un Del Piero, che è rimasto sempre alla Juve, un Totti, un Maldini o un Baresi».

Quindi, se lei fosse Galliani, lo venderebbe?

«Dipenderebbe da chi potrebbe arrivare in contropartita. Il Milan ha detto addio a Seedorf, Inzaghi, Zambrotta e Gattuso e non può rinunciare così anche a Ibra e Thiago Silva, a meno che non voglia rinunciare a qualsiasi ambizione».

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