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La sfida di Partipilo L'uomo che chiede di toccare il cielo

di CARLO STRAGAPEDE
Da Bari all’Himalaya. Una sfida costante per Vito Partipilo, 46 anni, funzionario delle Ferrovie Sud-Est con il vizio della montagna. Dopo avere raggiunto con successo la vetta dell’Aconcagua, la cima più alta delle Americhe (6.959 metri) il 31 dicembre 2006, l’alpinista barese adesso punta a un Ottomila. Quando? «L’anno prossimo, ritengo». Dove? «In Nepal, probabilmente. Il Tibet è diventato troppo costoso»
La sfida di Partipilo L'uomo che chiede di toccare il cielo
di CARLO STRAGAPEDE
Da Bari all’Himalaya. Una sfida costante per Vito Partipilo, 46 anni, funzionario delle Ferrovie Sud-Est con il vizio della montagna. Dopo avere raggiunto con successo la vetta dell’Aconcagua, la cima più alta delle Americhe (6.959 metri) il 31 dicembre 2006, l’alpinista barese adesso punta a un Ottomila. Quando? «L’anno prossimo, ritengo». Dove? «In Nepal, probabilmente. Il Tibet è diventato troppo costoso. I cinesi hanno raddoppiato le tariffe - spiega -, al punto che accedere a una vetta in territorio tibetano può costare fino a 8.500 dollari. In Nepal, invece, i prezzi delle autorizzazioni sono più accessibili». 

Nel frattempo, per quest’estate lo scalatore pugliese sta organizzando la sua seconda ascensione al Cervino, dal versante svizzero: «Già nel 2003 sono arrivato in vetta, dal versante italiano, quello più difficile. Quello elvetico, da Zermatt, mi manca». Intanto, questo primo fine settimana di luglio, Partipilo guiderà un’escursione sul Gran Sasso, il massiccio abruzzese che sfiora i 3mila metri e rappresenta il tetto degli Appennini. 

Laureato in Scienze politiche, altezza un metro e 80 centimetri, peso 69 chilogrammi, per mantenersi in forma coltiva parecchie discipline sportive. Innanzitutto, naturalmente, l’arrampicata indoor, che pratica in una palestra di Putignano, dotata di una parete attrezzata alta 16 metri. Ma ha anche un primato personale rispettabilissimo sulla maratona: 3 ore e 22 minuti. Le gare podistiche sono preziose anche dal punto di vista della prevenzione delle malattie e del controllo delle condizioni di salute: «Infatti - spiega - per potermi iscrivere alle maratone e mezze maratone devo sottopormi al check-up periodico in un centro di medicina dello sport». Non è difficile vederlo sgambettare nelle campagne di Valenzano (dove abita) la sera oppure all’alba. In ogni stagione. Recentemente si sta dedicando anche al ciclismo amatoriale: «Ho comprato un’ottima bici da corsa a un prezzo vantaggioso», racconta l’alpinista. 

Il parterre preferito? Le salite della Selva di Fasano e dintorni. Domandiamo: rinunce a tavola? «Di fronte a una cena a casa di amici non mi tiro certo indietro. Magari nei giorni successivi sto un po’ a stecchetto. Tutto sta a non esagerare». 
Nel suo curriculum, oltre al Cervino, parecchie altre vette europee. Compreso il tetto del continente, il Monte Bianco, con i suoi 4.810 metri sul livello del mare: «Ci sono stato nel 1996, sul Bianco, dal versante italiano. Ho pernottato nel rifugio Gonella, a 3.071 metri, prima di salire in vetta», ricorda. 

Il suo capolavoro resta però l’Aconcagua, il punto più elevato del continente americano. Non è stato il solo barese ad arrivarci. Con lui, il 31 dicembre 2006, c’era Michele De Santis, oggi 47 anni, organizzatore di tour naturalistici. Il primo ad arrivare sul tetto andino, in territorio argentino, alle 3 del pomeriggio di San Silvestro, fu proprio Partipilo: «Deposi una icona di San Nicola ai piedi della croce, fra due massi, in modo da difenderla dal vento fortissimo», racconta con gli occhi appena lucidi dall’emozione. De Santis mise piede sulla cima tre ore e mezza dopo, alle 18,30. Un terzo barese, Domenico Ognissanti, oggi 42enne, consulente del lavoro, malgrado ogni sforzo non riuscì ad approdare in sommità, a causa di disturbi addominali che a volte fanno parte del gioco, a quelle altitudini. 

«Gli Ottomila - confessa Partipilo - sono però il terreno preferito per noi arrampicatori ». Ad aprile 2010 partecipò a una spedizione sul Cho Oyu, in Tibet (8,201 metri, la sesta montagna più alta del mondo, in lingua locale «La Dea Turchese ») ma fu costretto a fermarsi a quota 7mila: «Quando parti - rimarca - devi fare i conti con una serie di incognite, quali la neve, il vento, la temperatura e le tue condizioni fisiche. Devi fermarti prima di mettere a rischio la vita», è il comandamento. «Ora l’obiettivo è il Nepal. I costi del viaggio e dell’attrezzatura sono notevoli. Perciò - si congeda - se qualche sponsor fosse disposto a sostenere la mia avventura gliene sarei grato». Nella stretta di mano senti le dita nodose di chi da del tu alla roccia nuda.

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