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Calcio - Gillet condannato a due mesi per doping

Frode sportiva e violazione della legge antidoping: due mesi di reclusione per il portiere belga del Bari, convertiti in una sanzione pecuniaria a 4.280 euro, e a 2.000 euro di multa. Era stato assolto in primo grado, e anche, nel 2003, in un primo giudizio di appello. Ci sarà ricorso in Cassazione
BARI - E' stato condannato in appello per doping a due mesi di reclusione, convertiti in una sanzione pecuniaria a 4.280 euro, e a 2.000 euro di multa il portiere belga del Bari Jean Francois Gillet, che era stato assolto in primo grado, e anche, nel 2003, in un primo giudizio di appello. Gillet è stato condannato ieri per i reati di frode sportiva e di violazione della legge antidoping.
Dopo l'assoluzione sia in primo grado sia in appello era stata la Corte di Cassazione, nel novembre 2004, a imporre un nuovo processo di appello per Gillet, annullando la sentenza con la quale il giocatore era stato assolto e rinviando il processo ad un'altra sezione della Corte d'Appello di Bari.
Per Gillet nel corso degli accertamenti antidoping che furono fatti il 21 gennaio 2001 dopo la partita di calcio Bari-Reggina risultò la presenza di altissimi valori di nandrolone nelle urine. Fu così avviata l' inchiesta penale che riscontrò nelle urine del calciatore metaboliti di nandrolone, già corretti, di almeno 7.35 nanogrammi di 19-norandrosterone e di 4.53 nanogrammi di 19-noreticolanolone. Il limite di legge per entrambi i valori è di 2 nanogrammi per millilitro.
Assolvendo il giocatore in primo grado, il giudice monocratico del tribunale di Bari Francesca Romana Pirrelli aveva ritenuto che nel momento in cui era stato consumato il reato, il 21 gennaio 2001, in occasione della partita Bari-Reggina conclusasi 2-1, il doping non fosse reato in quanto, pur essendo stata emanata la legge, non era ancora stato emesso il decreto ministeriale integrativo (che secondo il giudice ha valore costitutivo del precetto), che è datato 15 ottobre 2002 (ed è stato pubblicato sulla Gazzetta ufficiale del 27 novembre 2002).
Proprio con la sentenza su Gillet, tuttavia, la Cassazione stabilì che sono punibili penalmente anche gli atleti trovati positivi ai controlli antidoping prima del 27 novembre 2002, ossia prima dell'entrata in vigore del decreto ministeriale integrativo della normativa contro l'uso di «sostanze dopanti e metodi di doping vietati» varata con la legge 376 del 2000. L'importante chiarimento era contenuto nelle motivazioni della sentenza depositate il 14 dicembre 2004.
In quella circostanza la Cassazione spiegò che la data di entrata in vigore del decreto integrativo della legge antidoping - pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale del 27 novembre 2002 - «non può condizionare l'operatività delle norme introduttive dei reati di doping» (legge 376/2000), in quanto le sostanze dopanti sono «gia state individuate mediante inclusione nella lista inserita nella legge di ratifica della Convenzione di Strasburgo, convalidata dalla legge 522/1995». Aggiunse la Suprema Corte che «tale soluzione non intacca il principio della riserva di legge, perchè ancorata a parametri normativi espressamente richiamati dalla legge 376 in modo tale che al giudice non è attribuito alcun margine di discrezionalità per l'individuazione delle sostanze dopanti». I parametri normativi - secondo la magistratura di legittimità - sono rappresentati dalle indicazioni del Comitato internazionale olimpico, dalla Convenzione europea contro il doping nello sport (del 16 novembre 1989) oltre che dalla Convenzione di Strasburgo. E tutti sono inseriti nella legge antidoping 376 e dunque i giudici di merito possono agevolmente farvi riferimento.

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