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Mercoledì 18 Ottobre 2017 | 13:16

Addio Franco Mancini 5mila in lacrime  per l’ultimo saluto

di MASSIMO LEVANTACI
MANFREDONIA - L’ultimo saluto a Franco Mancini è stato un bagno di folla, 5mila persone distribuite in una cattedrale di San Domenico, a Manfredonia, gremita e sul sagrato della chiesa. Ai funerali hanno partecipato in forma ufficiale il Foggia e il Pescara, la società storica e l’ultima nella quale militava l’ex portiere come preparatore. Commosso anche Zeman: «Per me era come un figlio»
Addio Franco Mancini 5mila in lacrime  per l’ultimo saluto
di Massimo Levantaci

«Padre, se non è possibile allontanare questo calice sia fatta la tua volontà», sussura don Leo Abbascià e chissà che per un attimo l’amico di famiglia non abbia preso il sopravvento sul parroco. Morire a quarantatrè anni è inaccettabile, se sei famoso e benvoluto da tutti il dolore è come una gogna pubblica. Fa male a tutti. Ieri a Manfredonia la gente assisteva incredula al funerale di Franco Mancini, il portiere di Zemanlandia stroncato venerdì scorso da un infarto. Sinceramente addolorata, aggrappata a quel battimani nervoso che risuonava dall’interno del duomo di San Domenico.

E’ stato un lutto davvero partecipato. C’erano le squadre del Foggia e del Pescara in divisa sociale, i tanti «nomi» del calcio che conta arrivati alla spicciolata e poi Zeman che da queste parti resta sempre un totem: ma i 5mila sul sagrato della grande chiesa erano lì soprattutto per Franco. Rispetto e passione per questo ragazzo che a Manfredonia (la città della moglie, dove verrà sepolto) come a Foggia - le sue due città adottive - consideravano un «bonaccione».

«Era un campione umile e per questo grande», ricorda ancora don Leo. La sua grandezza è nei piccoli gesti: l’amico Gino Iacoviello legge in apnea il ricordo di una partita fra «scapoli e ammogliati», alla quale Franco non si sottrasse sebbene avesse intuito l’inganno.

Ma il momento clou è in coda, quando a parlare è il piccolo Alessandro di 8 anni e la voce per nulla rotta dall’emozione: «Tutti gli vogliamo bene, ma lui adesso è in un mondo migliore ed è anche più sereno». E’ forse l’unico momento in cui Chiara, la moglie, concede alla platea una smorfia. Ma non cede Chiara, lei anzi è un giunco, piantata davanti alla bara del marito ricolma di striscioni e bandiere dei club in cui ha giocato. Tra queste c’è la storica maglia col numero 1 che il magazziniere del Foggia, Dario Annecchino, appoggia come un trofeo.

All’uscita c’è l’ultimo saluto dei tifosi, lo intonano così: «alè Mancini, alè» . Da Foggia a Bari, da Pescara a Manfredonia le piazze della sua vita riunite da un inno che vale un osanna. Tifoserie poco amiche, che negli stadi si guardano in cagnesco: ma Mancini le ha messe in riga tutte, da vivo e anche adesso.

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