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La storia di Fanelli il Dorando Pietri venuto dalla Puglia

di GAETANO CAMPIONE
FOGGIA - Classe 1906, da Ortanova, testardo come ogni contadino che si rispetti, scopre la corsa per necessità. È il Dorando Pietri nato sotto il sole del Tavoliere di Puglia. La cui storia è poco conosciuta, oggi. Quasi dimenticata. Dal suo paese a Foggia, in cerca di lavoro, Fanelli ci va di corsa senza scarpe. Si sveglia all’alba per ritornare al tramonto. «Quest’uomo ha un cuore da cavallo», sentenzia il medico che lo visita. Michele è uno scricciolo: 166 centimetri d’altezza per 56 chilogrammi di peso
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La storia di Fanelli il Dorando Pietri venuto dalla Puglia
di Gaetano Campione

È irrequieto come un puledro. Indomabile. Per alcuni versi irrazionale, avventato. Perché quando parte deve subito balzare al comando della gara, dettare con la sua cadenza il ritmo infernale. È soddisfatto solo se vince a modo suo: sbaragliando gli avversari, staccandoli, lasciandoli indietro senza energie. A volte, però, le energie le esaurisce prima lui. Una tattica folle che alcune volte si trasforma in un suicidio sportivo.

Ma Michele Fanelli, classe 1906, da Ortanova, è fatto così. Testardo come ogni contadino che si rispetti, scopre la corsa per necessità.

È il Dorando Pietri nato sotto il sole del Tavoliere di Puglia. La cui storia è poco conosciuta, oggi. Quasi dimenticata. Dal suo paese a Foggia, in cerca di lavoro, Fanelli ci va di corsa senza scarpe. Si sveglia all’alba per ritornare al tramonto. «Quest’uomo ha un cuore da cavallo», sentenzia il medico che lo visita. Michele è uno scricciolo: 166 centimetri d’altezza per 56 chilogrammi di peso.

Fanelli inizia la scalata che lo porta alle Olimpiadi un anno prima, con il secondo posto agli italiani di maratona. Lui, resta una testa calda. In paese finisce in carcere per sei giorni. Manganellate e di olio di ricino per non aver aderito al fascismo. Ora, però, il fascismo ha bisogno di lui per l’avventura a cinque cerchi. E chiude un occhio sull’irrequieto contadino. Da allora, fino alle Olimpiadi di Los Angeles del 1932, è un crescendo di soddisfazioni: giro di Roma, giro di Milano, campionato tripolino in Libia sui 18 chilometri, preolimpica di Venezia.

Al di là dell’Oceano ci arriva da protagonista. Il viaggio per raggiungere la California è qualcosa di più di una maratona. I 102 azzurri (nessuna donna) si imbarcano a Napoli sul transatlantico Conte Biancamano. Il viaggio dura 15 giorni. Dopo una breve sosta a New York, il gruppo sale di nuovo in treno per attraversare tutto il continente americano.

Gara epica, quella della maratona. Da leggenda. Fanelli si prepara al meglio. Ai piedi le scarpette fatte a mano da Nicola il calzolaio del paese. Una cordicella serve da cintura per i pantaloncini di colore bianco. La maglietta è azzurra. Trentadue gli iscritti in rappresentanza di 18 Paesi, 27 gli atleti alla partenza. Manca il favorito, il finlandese volante Paavo Nurmi: ha ricevuto soldi per gareggiare e lo considerarono un professionista. Inevitabile l’esclusione.

Al via l’argentino Juan Carlos Zabala prende subito il comando. Bisogna percorrere due giri e mezzo dello stadio prima di uscire su strada. Michele Fanelli non ci sta. Per lui è una specie di affronto. Al secondo giro di pista è primo, fa l’andatura.

Il pubblico si appassiona e applaude. I maratoneti lasciano il Memorial Coliseum. Al primo controllo Fanelli ha 100 metri di ritardo sui primi due atleti. La maratona è una gara tattica in cui dosare sapientemente le energie. Il risultato cronometrico è secondario. Al secondo controllo i metri di distacco diventano 200 ma il foggiano è in testa al gruppo dei nove inseguitori. Spende troppo, però. E poco alla volta scivola sempre più indietro. Al traguardo arriva 13° in 2h49’09”. Oro e record per l’argentino Zabala (2h31’36”). Si ritira l’altro italiano, Francesco Roccati.

Michele Fanelli non si rassegna. In Italia criticano la sua strategia di corsa: «Dopo l’inizio violento fu costretto a cedere ed in definitiva ad accontentarsi di un piazzamento più che modesto per un atleta del suo valore e delle sue possibilità. Fanelli è stato vittima del suo sistema di gara, o meglio del suo carattere impulsivo, del suo stile irruento».

E lui? Testardo, cocciuto, non molla. Michele prepara la rivincita. Vuole dimostrare a tutti che Los Angeles è stato un incidente di percorso.

Due mesi dopo, ad ottobre del 1932, c’è un altro appuntamento con la storia. Si disputa l’edizione numero 13 della maratona internazionale di Torino, la più antica d’Italia, valida anche per l’assegnazione dello scudetto tricolore. Ci sono tutti i rivali delle Olimpiadi, tranne l’argentino Zabala. Fanelli non è tra i favoriti. Sa, però, che stavolta non può sbagliare. Dopo Los Angeles ha acquisito il diritto a indossare prima e dopo la gara la tuta azzurra, simbolo di rispetto. Sotto la tuta, la maglietta della società Audace Roma. In mano le due pietre liscie da stringere in pugno per migliorare la postura della corsa. C’è anche la bottiglietta colma di unguento infallibile. La sua è una gara d’attesa. Il puledro irrequieto soffre, morde il freno, si trattiene. Vorrebbe andare via, aumentare l’andatura, liberarsi degli avversari. Non può. Non deve.

Rimonta posizione dopo posizione. Al chilometro 32 si consuma l’apoteosi. «Il piccolo Fanelli raggiunge l’ultimo avversario con una serie di lunghi balzi elastici e leggeri, lo supera e procede indisturbato verso la vittori. Corre in mutandine, già stanco, forse esausto, sorretto soltanto dalla volontà di non essere secondo. Il piccolo atleta appare dal sottopassaggio del Velodromo e un po’ barcollando, mentre un grave e autorevole signore gli si mette al fianco, correndo con lui, incitandolo nell’ultimo giro, correndo anche lui affannato e raggiante».


Fanelli vince e convince col tempo di 2h31’36”. Ma rimane sempre una testa calda. Rifiuta la M che il Duce in persona consegna ai campioni italiani.

Inizia l’epopea Fanelli. Nel 1934 si toglie un’altra soddisfazione: vince il titolo italiano e quello europeo di maratona. Alla Farnesina centra i primati nazionali delle 20 miglia (1h55’31”) e delle 2 ore (km 33,370). Quindi, stabilisce il record mondiale delle 25 miglia, cioè 40 chilometri (2h26’10”). Per 20 anni il contadino di Ortanova è tra i protagonisti delle corse italiane su strade. Nel 1941 arriva la miglior prestazione personale sulla maratona con 2h33’30”. Nel 1942, nella lista dei tempi, è accreditato della 13ª prestazione al mondo (2h46’32”). Nel 1948 arriva secondo ai tricolori di specialità. L’anno dopo, a 43 anni, è capolista stagionale sulla distanza.

Termina la guerra e l’amministrazione comunale di Foggia si ricorda di lui. Diventa custode dello stadio Zaccheria. Fanelli rimane lì fino agli ani Cinquanta. Poi, decide di trasferirsi a Torino, la città che - in termini sportivi - lo ha consacrato tra gli immortali. Chiude gli occhi il 31 dicembre 1989. Fino a quando le gambe lo accompagnano, raggiunge a piedi la fabbrica: 15 chilometri all’andata e 15 chilometri al ritorno.

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