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Bari, l'ombra della mafia dietro le gare truccate

di GIOVANNI LONGO
BARI - La mafia dietro le partite truccate. Uno spettro dal quale un pallone sempre più infangato sembra non riuscire a fuggire. Ne è convinta la Procura di Bari che sul fronte barese del calcioscommesse ha iscritto almeno quattro persone (ma sarebbero di più) nel registro degli indagati con l’accusa di associazione mafiosa. Questa volta gli «zingari», protagonisti dell’indagine di Cremona (ma anche di Bari) non c’entrano. C’è un gruppo di persone che non si sarebbe limitato a beneficiare delle dritte fornite da alcuni calciatori. In qualche caso lo stesso gruppo avrebbe addirittura esercitato pressioni e utilizzato metodi mafiosi per indurre alcuni ex calciatori biancorossi a truccare il risultato
Bari, l'ombra della mafia dietro le gare truccate
di Giovanni Longo

BARI - La mafia dietro le partite truccate. Uno spettro dal quale un pallone sempre più infangato sembra non riuscire a fuggire. Ne è convinta la Procura di Bari che sul fronte barese del calcioscommesse ha iscritto almeno quattro persone (ma sarebbero di più) nel registro degli indagati con l’accusa di associazione mafiosa. Questa volta gli «zingari», protagonisti dell’indagine di Cremona (ma anche di Bari) non c’entrano. C’è un gruppo di persone che non si sarebbe limitato a beneficiare delle dritte fornite da alcuni calciatori, addirittura anticipando loro i soldi delle puntate (e quando le combine non riuscivano c’era lo Iacovelli di turno che riportava i soldi).

In qualche caso lo stesso gruppo avrebbe addirittura esercitato pressioni e utilizzato metodi mafiosi per indurre alcuni ex calciatori biancorossi a truccare il risultato di alcune partite. I soldi sporchi, ipotizza la Procura, si riciclavano anche così: puntando su un «over», scommettendo su una sconfitta di misura piuttosto che sul risultato secco alla fine del primo tempo. Nove le gare dello scorso campionato del Bari (tutte dell’ultima fase, quando ormai i biancorossi erano di fatto retrocessi) finite al centro dell’inchiesta condotta sul campo dai Carabinieri del nucleo investigativo del comando provinciale, coordinati dal Procuratore Antonio Laudati e dal sostituto Ciro Angelillis.

Chi scendeva in campo a «difendere» i colori biancorossi, sia chiaro, non è tra quei quattro presunti mafiosi. La Procura di Bari ipotizza nei confronti di cinque ex calciatori la frode sportiva. Un’onta da cui dovranno difendersi anche davanti alla giustizia sportiva.

Nell’ambito dell’inchiesta, nella quale si ipotizzano, dunque, i reati di associazione mafiosa, frode sportiva e riciclaggio sono stati ascoltati alcuni giocatori biancorossi come persone informate dei fatti: a loro sono state rivolte domande relative anche alla presenza negli spogliatoi del San Nicola di esponenti della mafia barese. Ma anche sul ruolo che nella vicenda avrebbero avuto alcuni ristoratori dove i giocatori andavano a cena e dove, sembra, si parlava delle combine. Non è un caso che, oltre alle scommesse sportive, c’è chi avrebbe ripulito soldi sporchi proprio nell’attività di ristorazione. Anche su questo aspetto sono in corso accertamenti.

Nel capoluogo pugliese - ipotizzano gli investigatori - avrebbe quindi agito un’autonoma associazione criminale di tipo mafioso che, avendo saputo delle combine organizzate da calciatori biancorossi con gli zingari, si sarebbe inserita nell’affaire scommesse sia per ripulire i proventi dei traffici illeciti sia per fare cassa. Una decina gli indagati tra cui, appunto, ex biancorossi come Andrea Masiello, Marco Rossi, Simone Bentivoglio e Alessandro Parisi.

L’ipotesi di associazione mafiosa (che, ripetiamo, non riguarda i calciatori) potrebbe accelerare l’invio delle carte che riguardano le partite del Bari dalla Procura di Cremona a quella del capoluogo pugliese. Nei giorni scorsi il capo dell’ufficio inquirente barese Antonio Laudati aveva scritto al collega lombardo Roberto Di Martino. In caso di conflitto «positivo» di competenza (due uffici che rivendicano la titolarità dell’indagine) decide la Procura generale presso la Cassazione. L’ipotesi di mandare le carte a Roma sembra però lontana.

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