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Il mondo Grandolfo stellina di casa Bari La storia del contratto

di ANTONELLO RAIMONDO
BARI -
Tre gol in serie A, un mondo che ti si spalanca davanti. E poi, i giornalisti in coda sotto casa. I vicini di casa che ti guardano con occhi diversi, i conoscenti che si travestono da amici. Ma il «mondo» di Francesco è un altro. Non la luce della ribalta e nemmeno la frenesia di una giornata bella da impazzire. Francesco è «stretto» dentro la sua famiglia. Qui, in uno spazioso angolo di Casamassima, c’è tutto quello di cui ha bisogno
Il mondo Grandolfo stellina di casa Bari La storia del contratto
di ANTONELLO RAIMONDO

CASAMASSIMA - La «luce» di Francesco Grandolfo è negli occhi della nonnina di casa, Rosa. Nel composto orgoglio di mamma Lucia e papà Michele. Nell’adrenalina che sprigionano i sorrisi di Fabrizio e Fabio, i «fratellini» del baby bomber di casa Bari. Nella struggente malinconia del «cuginetto» che ascolta la dedica «a zio Paolo» e sente addosso il peso di un destino troppo crudele.

Tre gol in serie A, un mondo che ti si spalanca davanti. E poi, i giornalisti in coda sotto casa. I vicini di casa che ti guardano con occhi diversi, i conoscenti che si travestono da amici. Ma il «mondo» di Francesco è un altro. Non la luce della ribalta e nemmeno la frenesia di una giornata bella da impazzire. Francesco è «stretto» dentro la sua famiglia. Qui, in uno spazioso angolo di Casamassima, c’è tutto quello di cui ha bisogno. La sua forza, il suo calore, l’entusiasmo che oggi lo spinge fino al «sogno di diventare il nuovo Gilardino». Sono lì, a portata di mano. Quasi un «muro» protettivo alzato davanti a un ragazzino che ha deciso di diventare grande in fretta.

Il «mondo» di Francesco Grandolfo va ben oltre un campo di calcio e le sue regole. C’è una storia dietro e ce ne sarà una davanti. A piccoli passi, come succede nelle famiglie dove il buonsenso è di casa. E dove la voglia di volare non è mai più forte della paura di cadere e farsi male. Godersi gli attimi che ti sfuggono via, sì. Credere che da ora in poi saranno tutte rose e fiori, bè questo sarebbe un errore madornale. Che a casa Grandolfo è un’eventualità molto remota. Ai limiti dell’impossibile.

«Quando Francesco ha segnato mi sono avvinghiata allo schermo, sognavo di vedere mio nipote in televisione», racconta nonna Rosa mentre l’appartamento di via Parigi assomiglia alla sala di attesa di un laboratorio di analisi. Sul tavolo della cucina qualche residuo delle colombe pasquali. E, nell’aria, un irresistibile profumo di caffè. Donna Lucia si sbatte e quando, dopo un bel po’, ci si avvicina all’ora di pranzo non si fa pregare e lancia il guanto di sfida: «Se volete... un piatto di pasta non è un problema». Capito dove siamo?

Il ragazzo, nel frattempo, si concede alle telecamere di Raisport. E poi a Sky. Fenomeno nazionale, quando il calcio ormai si appresta ad andare in vacanza. «La mia vita non cambia», dice Francesco. «E se dovessero dirmi che devo allenarmi fino al 30 giugno mi fanno un piacere. Meglio qualche giorno di vacanza in meno ma stare a contatto con la squadra», spiega il piccolo eroe biancorosso. «Anche perché quest’anno mi diplomo, frequento l’ultimo anno di geometra all’Euclide. E da domani si ricomincia, libri e pallone», confessa il ragazzo. Ripensando all’ovazione al momento dell’uscita: «Roba da brividi».

«A due anni e mezzo calciava già di controbalzo, io purtroppo l’ho imparato a venti», il sussulto di orgoglio del papà di Francesco. Che parla come un veterano della comunicazione. Mai una parola fuori posto, solo tante pillole di saggezza. «Mi costringeva a giocare qui sotto, ore e ore. Diciamo che ne è valsa la pena anche se i sacrifici non sono finiti visto che in certe giornate mi capita di fare anche cinque volte avanti e indietro tra Bari e Casamassima. Ma ho la fortuna di avere tre ragazzi d’oro e quindi non mi lamento», l’emblematico racconto di Michele. Che del figlio dice anche: «Già da quando era piccolo mostrava uno spiccato senso tattico. Gli altri correvano dietro al pallone, tutti insieme, e vivevano per il gol. A lui piaceva giocare di squadra». Un indizio, chissà. E se fossimo davvero di fronte a un calciatore vero?

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