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Taras, la nuova sfida del basket in carrozzina

di ALESSANDRO SALVATORE
«Sono un miracolato e sebbene sia stato costretto da ragazzo a sedere sopra una carrozzella, ho sempre affrontato la vita con gioia. Ed ora l’ultima mia gioia si chiama Taras Team». Mimmo Linoci ha scoperto il basket in carrozzina dopo aver nuotato per anni. «Abbiamo già tesserato una quindicina di ragazzi, la maggior parte portatori di handicap, con i quali per due volte a settimana lavoriamo al PalaFiom. E grazie al fondo di diecimila euro che ci è stato concesso dall’imprenditore Fabrizio Nardoni, il settore giovanile sta diventando realtà»
Taras, la nuova sfida del basket in carrozzina
di ALESSANDRO SALVATORE
«Sono un miracolato e sebbene sia stato costretto da ragazzo a sedere sopra una carrozzella, ho sempre affrontato la vita con gioia. Ed ora l’ultima mia gioia si chiama Taras Team». Mimmo Linoci ha scoperto il basket in carrozzina dopo aver nuotato per anni, «perché mi ero stancato di parlare da solo... con la corsia della piscina di Grottaglie, che ora hanno anche chiuso. E perché non ho avuto la possibilità di gareggiare con il mio handicap, vista la mancanza di realtà specializzate nell’agonismo». Per il trentacinquenne grottagliese il mezzo in titanio su due ruote, trasportato con le mani che parallelamente devono addomesticare e tirare la palla al canestro, è il nuovo alleato col quale convivere con gli effetti di un’ingiustizia subìta a 17 anni. 

È il 2 luglio del 1993, quando Mimmo, durante una chiacchierata con amici sul centralissimo viale Matteotti di Grottaglie viene colpito da un proiettile «figlio» di una lite banale tra due malviventi. Il verdetto è impietoso: lesa la spina dorsale superiore, paraplegico a vita. L’altro suo amico, vittima della sparatoria, se la caverà dopo un’operazione al polmone. «Una storiaccia» racconta Mimmo durante gli allenamenti con la Taras Team, la nuova realtà del basket in carrozzina di Taranto, emersa dopo la scomparsa del Dream Team, inghiottita dai debiti nel dicembre scorso, dopo che appena due anni prima vinceva lo scudetto. 

«Ora non parliamo più di Dream Team, noi siamo una realtà che è nata comunque prima della rinuncia alla serie A1 di questa società, alla quale io ho dato dieci anni della mia vita» dichiara Aniello Diana, che dopo essere stato giocatore, tecnico, dirigente e team manager della «squadra delle stelle» (la loro luce ora è spenta, ma restano i ricordi che fanno brillare gli occhi di Aniello detto Nino, che nel 2008 c’era nella notte romana del tricolore), ha costituito la Taras, diventandone il presidente. Ma il suo abito non è il vestito con la cravatta, utile a rappresentare un club. 

Addosso Diana mantiene la tuta di allenatore, ruolo che condivide con altri colleghi che, da un mese, hanno avviato la nuova partita del basket in carrozzina: «Puntiamo a dare un futuro a questo sport - dice Diana -. Vogliamo che non si ripeta l’errore del passato, quando non si è pensato ad un vivaio. Io ho già tesserato una quindicina di ragazzi, la maggior parte portatori di handicap, con i quali per due volte a settimana lavoriamo al PalaFiom. E grazie al fondo di diecimila euro che ci è stato concesso dall’imprenditore Fabrizio Nardoni, il settore giovanile sta diventando realtà». 

I cestisti, per crescere tecnicamente, hanno bisogno di una prospettiva. «L’intenzione - spiega Diana - è di fare un campionato di B nella prossima stagione. Ma la Taras lo farà solo se ci sarà un budget sufficiente. Stiamo lavorando per questo. A riguardo l’impegno di Nardoni ci fa pensare positivo. Speriamo che altri lo seguano. Il basket in carrozzina ha una forte valenza. Sportiva e sociale. È un patrimonio che Taranto non può perdere». 

Il valore di questa disciplina lo si coglie negli occhi di Mimmo Linoci. I suoi occhiali ne svelano l’animo intellettuale. «Ho studiato arte a liceo, ora dipingo fischietti su commissione di un’azienda del quartiere della ceramica di Grottaglie. Parallelamente sono impegnato in tematiche ambientali come attivista di Sud in Movimento. La mia città è ostaggio del business della monnezza. Io, con altri, lottiamo affinché le cose possano cambiare. Lavoriamo per le generazioni future». Ma per il cestista Linoci è il presente che conta. Su una carrozzina diversa da quella abituale. Un marchingegno col quale sentirsi libero.

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