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Sacchi a Lecce «In Italia giocano troppi stranieri»

di MASSIMO BARBANO
Investire sui giovani per dare un futuro al calcio. È la sintesi del pensiero di Arrigo Sacchi, ex commissario tecnico azzurro ed attualmente coordinatore delle squadre nazionali giovanili della Figc, che, insieme al suo vice, Maurizio Viscidi, è in Salento per le gare di qualificazione agli Europei di calcio under 17
Sacchi a Lecce «In Italia giocano troppi stranieri»
di MASSIMO BARBANO

Investire sui giovani per dare un futuro al calcio. È la sintesi del pensiero di Arrigo Sacchi, ex commissario tecnico azzurro ed attualmente coordinatore delle squadre nazionali giovanili della Figc, che, insieme al suo vice, Maurizio Viscidi, è in Salento per le gare di qualificazione agli Europei di calcio under 17. 

È sufficiente l’attenzione dei club italiani ai settori giovanili? «Senza un ricambio generazionale, il calcio internazionale perderebbe appeal ed in particolare quello italiano. Il nostro obiettivo è quello di ampliare le nostre conoscenze, mantenendo tutto quello che è nella nostra tradizione, ma aumentando certi concetti che fanno parte delle tematiche del calcio moderno, come il possesso palla, i collegamenti, la capacità di portar via la palla. Per questo ci deve essere una certa organizzazione. Per far questo è necessario che le società investano di più nei settori giovanili. Siamo molto distanziati rispetto alla Spagna dove i club impegnano nei settori giovanili una media del 7,5% dei loro bilanci, mentre in Italia siamo appena al 2-3%. Ma, oltre a questo, la federazione deve intensificare corsi di aggiornamento per creare sempre più dei maestri e di specializzazione. Infine che, a livello di nazionali, ci sia un gruppo di allenatori sempre più sinergici, in modo cda poter creare uno stile e un obiettivo condiviso». 

Settore giovanile è sinonimo anche di valori dello sport. Ma recenti episodi anche al di fuori del calcio, come il tredicenne pallanuotista che ha rischiato di morire annegato per mano di un avversario, fanno pensare che anche lo sport giovanile sia malato? «Forse malato è una parola eccessiva, però è evidente che il fair play, o meglio l’etica, debba diventare un elemento imprenscindibile per una formazione completa dell’atleta. Non ci si può esimere dall’aspetto umano. La formazione deve quindi modificare i pensieri e i comportamenti non solo a livello tecnico». Veniamo alla nazionale maggiore. Siamo ancora lontani da un nuovo ciclo? «In questo momento non stiamo vivendo uno dei momenti migliori anche perchè ci sono troppi stranieri in Italia e non tutti portano un miglioramento sotto il profilo tecnico. Dico sì agli stranieri, ma solo a quelli che qualitativamente ti possono aiutare a crescere» . 

La sua nazionale aveva un blocco-Milan. Sarebbe possibile oggi un format di questo tipo? «Oggi è più difficile e appunto per questo, per aiutare il nostro calcio e avere una maggiore serietà, bisognerebbe selezionare meglio gli stranieri. D’altra parte, anche i Paesi più esterofili come Spagna, Francia e Inghilterra stanno tornando sui loro passi. Da noi, invece, sta accadendo esattamente il contrario. Nel ‘95 avevamo 45 stranieri, mentre oggi ne abbiamo oltre 1.200. Addirittura i settori giovanili sono pieni di stranieri». 

Alla sua epoca una grande generazione di difensori: Tassotti, Maldini, Baresi. C’è una crisi di vocazione nel ruolo del difensore? «No, oggi ci si difende in un modo diverso, perché percepiamo il calcio come uno sport individuale. Quei giocatori si difendevano più coralmente. Sembrava che fossero sincronizzati. Ricordo che il direttore sportivo dell’Inter li paragonò alle gemelle Kessler». 

La crisi non è solo della nazionale, ma anche delle squadre di club. Non avremo più la quarta classificata in Champions League. A cosa è dovuto? «C’è stata una mancanza di evoluzione. Le società non si sono organizzate come si doveva. Ora la federazione sta cercando di porre rimedio investendo, però dovremo fare uno sforzo tutti, per uscire dall’«artigianato» e arrivare a dei concetti un pò più industriali, Viviamo in un modo globale, eppure, a volte siamo ripiegati su sfide provinciali, nel senso che il nostro avversario è il vicino di casa, invece il nostro avversario dovremmo essere noi stessi che dobbiamo fare meglio della volta precedente. C’è anche da dire che l’ambiente esterno non ci aiuta. Gli allenatori dovrebbero evolversi, ma poi dovrebbe cambiare anche l’atteggiamento del pubblico. In genere le tattiche vengono determinate in base alle esigenze del pubblico. E il nostro pubblico richiede essenzialmente le vittorie a prescindere dal merito». 

Tornando all’esclusione del Milan, come si spiega la metamorfosi di Ibrahimovic fra campionato e coppe? «in Italia si gioca un calcio diverso rispetto all’estero, un calcio individuale. Quando vai all’estero devi confrontarti con un calcio più collettivo, questa è la differenza». Se avesse potuto giocare Cassano avrebbe fatto meglio di Ibrahimovic? «Non ho la sfera di cristallo». 

Capitolo scudetto: è solo una lotta fra Milan e Inter o c’è ancora il Napoli? «Il Napoli ha compiuto un capolavoro di agonismo, di forza, di volontà, di entusiasmo, di generosità e ha sfruttato al massimo le risorse di cui disponeva. L’allenatore è stato molto bravo a trasmettere questi valori. Però, non si può chiedere un miracolo al Napoli, ha già fatto tanto e bisogna dire bravi. Ma bisogna capire che questi giocatori hanno già dato tutto quello che potevano dare, anzi di più di quello che era nelle loro possibilità. Quindi, credo che la lotta sia ormai ristretta soltanto a Milan e Inter». 

Come vede le chance di salvezza delle due pugliesi? «Il Bari ne ha molto poche; non è che non abbia dei buoni valori, ma il suo campionato si è complicato terribilmente e la strada è in salita. Il Lecce sta giocando bene, anzi, mi pare che fra le squadre che sono in lotta per la salvezza è quella che gioca meglio. Credo che si possa salvare, glielo auguro».

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