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Martedì 26 Settembre 2017 | 14:55

«Io barese di Bari vecchia ora ai vertici dell’Inter»

di NINNI PERCHIAZZI 
BARI - «Io non sono di Bari. Io sono di Bari vecchia», ha risposto Ernesto Paolillo con chiaro accento lombardo. Amministratore delegato e direttore generale dell’Inter, che lo scorso anno ha vinto tutto, fino a salire sulla vetta del mondo nello scorso dicembre, Ernesto Paolillo, classe ‘46 (domani compirà 65 anni) è orgoglioso delle sue origini, pur essendo emigrato al Nord, ancora bambino, per poi sfondare nel campo bancario e adesso nel calcio. «Io sono nato nella città vecchia, in strada degli Orefici a 50 metri da strada San Bartolomeo, dove poi è nato Antonio Cassano. Ci sono tornato lo scorso anno, con grande gioia»
«Io barese di Bari vecchia ora ai vertici dell’Inter»
di Ninni Perchiazzi

BARI - «Io non sono di Bari. Io sono di Bari vecchia», ha risposto Ernesto Paolillo con chiaro accento lombardo. La domanda gli era stata posta da Egidio Franco, presidente dell’Inter club del capoluogo, incuriosito dal cognome dalle possibili origini baresi.

Amministratore delegato e direttore generale dell’Inter, che lo scorso anno ha vinto tutto, fino a salire sulla vetta del mondo nello scorso dicembre, Paolillo, classe ‘46 (domani compirà 65 anni) è orgoglioso delle sue origini, pur essendo emigrato al Nord, ancora bambino, per poi sfondare nel campo bancario e adesso nel calcio. «Io sono nato nella città vecchia, in strada degli Orefici a 50 metri da strada San Bartolomeo, dove poi è nato Antonio Cassano. Ci sono tornato lo scorso anno, con grande gioia».

Quali sono i luoghi della sua Bari?

I vicoli della città vecchia, le passeggiate in corso Cavour e sul lungomare, l’odore del mare, ‘nderr a la lanz, il pesce crudo e i frutti di mare, che quando posso continuo a mangiare.

E gli affetti?

L’altra sera ho disertato l’inaugurazione dell’Inter club a Ruvo per andare a trovare mio zio novantenne e stare con i miei cugini, a cui tengo tantissimo. È stato emozionante, io sento molto il richiamo delle mie radici. Abbiamo festeggiato l’incontro mangiando panzerotti fatti in casa, con la ricotta forte, con la carne e con le cime di rape.

Quindi viene spesso a Bari?

Non quanto vorrei. Quando ero direttore della Banca popolare di Milano, acquisimmo la banca di Apricena e ci spingemmo ad aprire filiali fino a Bari, il che mi dava la possibilità di venirci più spesso. Comunque, mi riprometto di tornare con la famiglia per un periodo abbastanza lungo, anche per rivedere l’entroterra e i suoi magnifici ulivi secolari. Ho notato anche la trasformazione in positivo di Bari Vecchia, completamente rimessa a nuovo. È stato emozionante veder rinata la mia città.

In casa parla il dialetto?

I miei genitori lo parlavano, io non ho avuto modo di impararlo, ma lo capisco perfettamente. Ho lasciato Bari da piccolo con tutta la famiglia, a scuola sono andato a Milano, dove poi ho iniziato la mia carriera nel settore bancario.

Dopo 41 anni con ruoli prestigiosi nel campo creditizio, l’approdo nel calcio per soddisfare una passione mai sopita. Com’è accaduto?

Ho avuto il privilegio di conoscere i Moratti, una famiglia meravigliosa che mi ha offerto questa opportunità. Si è creato un’ambiente di condivisione che è coinciso con la possibilità di occuparmi della squadra che avevo nel cuore da sempre.

Bilanci, gestione della società, investimenti, ma anche uomo di calcio giocato: lei è anche responsabile del settore giovanile dell’Inter.

Il calcio è una passione sbocciata proprio a Bari. E il Bari mi ha fatto innamorare del calcio: ricordo ancora il grande centrocampista Mazzoni negli anni ‘60 e il talento di Biagio Catalano.

Ma è diventato interista.

In vacanza conobbi l’Inter di Lorenzi e Skoglund, in ritiro in Piemonte. Poi a Milano mio padre, tifoso del Bari e interista, mi portava a San Siro. Il premio per la promozione a scuola era l’abbonamento per la stagione dell’Inter, a cui si aggiungeva la partita Milan-Bari, per sostenere la squadra della nostra città. Indimenticabile una vittoria per 3 a 1 col Bari di fatto in 10 per l’infortunio del portiere Magnanini (allora non esistevano le sostituzioni, ndr), che fu schierato con la spalla fasciata all’ala destra e in porta ci andò Cicogna».

In cosa si sente barese?

«Mi sento barese nella grande volontà di emergere, di superare ad ogni costo le difficoltà. La Puglia è una terra dove si combatte sempre. I pugliesi non mollano mai per natura.

Un barese che stasera (ieri) tiferà Inter.

È ovvio non posso fare altrimenti. Nello scudetto ci crediamo. Ma ho fiducia che il Bari possa salvarsi nonostante la situazione difficile. Ultimamente la tradizione contro il Bari non ci è favorevole. Ricordo poi gli anni di Fascetti, in cui perdevamo all’andata e al ritorno. Io sono il primo tifoso dei biancorossi, perché significa poter tornare nella mia città, dalla mia gente. Mi sono testimoni i dirigenti di Juventus e Milan, per il trofeo Tim (che si svolge ad agosto con le tre big del calcio italiano, ndr), quest’anno sono stato io a spingere perché si facesse a Bari. E lo stesso farò per il 2011.

Tra i tanti riconoscimenti ricevuti, per un barese Doc di successo, anche una targa del Comune con l’immagine del Petruzzelli ricostruito. «Ero presente alla Norma (l’opera eseguita poche ore prima dell’incendio, ndr) ricordo il dolore quando apprendemmo della distruzione del teatro e la gioia per la ricostruzione. Il Petruzzelli è un altro simbolo della “mia” Bari», conclude l’uomo di Bari Vecchia dal cuore nerazzurro.

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