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Ricorso contro la scarcerazione di Pieroni

All'ex patron di Ancona e Taranto è stata revocata la custodia cautelare in merito al fallimento del club marchigiano. Il pm chiederà l'intervento della Cassazione perché non sono stati scovati gli 8 milioni di euro di contributi federali che avrebbe distratto e custodito in paradisi fiscali
ANCONA - Il presunto «tesoro» accumulato dall'ex presidente dell'Ancona Ermanno Pieroni - cioè circa 8 milioni di euro relativi a contributi federali, che la procura di Ancona sostiene abbia distratto dalla casse della società di calcio - sarebbe finito in banche di Lugano e del Principato di Monaco, ma non è escluso che sia stato poi trasferito in altri paradisi fiscali o che vi sia questo imminente pericolo. Lo ipotizzano gli inquirenti nell'ambito dell'inchiesta sulla bancarotta fraudolenta del club biancorosso. Questo, anche in vista delle prossime scadenze in cui il tribunale fallimentare e il curatore Umberto Arcangeli faranno il punto sullo stato passivo della società, e attivo, in cui molti beni di Pieroni potrebbero finire.
Nei prossimi giorni, il pm Irene Bilotta presenterà un ricorso in Cassazione contro il provvedimento del Tribunale del riesame che ha revocato la custodia cautelare in carcere all'ex patron biancorosso - indagato per concorso in bancarotta fraudolenta per distrazione - sostituendola con gli arresti domiciliari. Non è escluso che, nei prossimi giorni, il magistrato possa incontrarsi con i colleghi di Taranto che stanno indagando su Pieroni in relazione all'acquisto delle quote di maggioranza della società Taranto calcio.
Quanto alle esigenze cautelari, secondo il pm persisterebbe il pericolo di fuga di Pieroni anche se tale eventualità non sarebbe imminente. Così come sussisterebbe il rischio che l'ex presidente possa tentare di spostare il denaro in altri paradisi fiscali, magari utilizzando, personalmente o attraverso altre persone, la rete Internet e gli ormai diffusissimi sistemi home banking che servono per comunicare o compiere direttamente da casa le operazioni bancarie.
La circostanza che rende attuale questo rischio è, secondo il magistrato, il fatto che gli investigatori non siano ancora riusciti a risalire ai depositi di denaro. Anche se gli inquirenti sono praticamente certi che il tesoro sia finito parte in Svizzera e parte a Montecarlo, risulta oltremodo complicato ottenere dalle autorità di molti paesi il permesso di spulciare tra la documentazione bancaria. A questo proposito, secondo indiscrezioni, la procura si sarebbe già mossa inoltrando le richieste di rogatorie. La circostanza però non ha trovato conferma.
Ricostruendo il percorso del fiume di denaro uscito dalle casse dell'Ancona, gli uomini della Guardia di finanza si sarebbero resi conto che il flusso non portava in Croazia, e in particolare a Zagabria (Croazia), dove c'era solo la sede una società fantasma di intermediazione sportiva di cui Pieroni si avvaleva per la compravendita di calciatori. Dagli accertamenti svolti, infatti, sarebbe emerso che tale società costituiva solo un paravento per intestare compensi in denaro in realtà mai usciti dall'Italia e finiti invece su conti correnti riconducibili a Pieroni.

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