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Martedì 24 Ottobre 2017 | 09:46

Il football in Europa nel XX secolo dai campi di calcio a quelli nazisti

Simon Kuper, un giornalista olandese, ha invece scritto Ajax, la squadra del ghetto. Il calcio e la Shoah (Isbn edizioni, pp. 254, euro 15,50) per raccontare lo stretto legame tra la comunità ebraica olandese ed i Lancieri, alle cui partite in giro per l’Europa non manca mai la stella di Davide. Squadra, società, persino la tifoseria furono sterminati dai nazisti
Il football in Europa nel XX secolo dai campi di calcio a quelli nazisti
di Francesco Costantini

Ci sono storie atroci, terribili, nascoste nelle pieghe della grande avventura del calcio in Europa nel XX secolo, quel calcio che in questi giorni fa impazzire il mondo, in tv ed in libreria (ne abbiamo trattato già in queste pagine sabato 12). Più di quante possiate immaginare.

Ad esempio c’è l’allucinante intrigo dello Spartak Mosca, la cui incredibile vicenda aveva raccontato Mario Alessandro Curletto in Spartak Mosca. Storie di calcio e potere nell’URSS di Stalin (Il melangolo ed., pp. 135, euro 9). Terza squadra moscovita dopo Cska (la squadra dell’esercito) e Dinamo (quella della polizia), l’unica di radice popolare, capace di arrivare al titolo contro le formazioni care a Beria e al pericolosissimo figlio del dittatore Vasilj, fu smembrata e dispersa, con i fratelli Starosin, che ne erano l’anima, internati nei gulag.

Dolentissimo e romantico è La partita dell’addio (Mondadori ed., pp. 211, euro 16,50), biografia romanzata di Matthias Sindelar, il Mozart del calcio, il leggendario «Cartavelina», il centravanti del Wunderteam che si rifiutò di indossare la maglia della Germania dopo l’annessione al Terzo Reich del 1938. Convivente con una ragazza italiana di origini ebree, fu trovato morto in casa, insieme alla compagna, ucciso - così il referto della Gestapo che comandava Vienna - dalle esalazioni di una stufetta. A raccontare la sua storia è un ex calciatore e giornalista raffinato come Nello Governato.

Bellissimo, doloroso e recente Dallo scudetto ad Auschwitz di Matteo Marani (Aliberti ed., pp. 210, euro 14) dedicato alla nobile figura di Arpad Weisz, forse il più grande allenatore degli anni Trenta. Scoprì Meazza, vinse il primo titolo a girone unico con l’Ambrosiana Inter, scrisse il manuale tecnico più importante dell’epoca, compì la memorabile impresa di salvare il Bari al suo primo campionato di serie A dopo uno spareggio contro il Brescia nel 1932 (al ritorno, i tifosi lo portarono dalla stazione a casa in via Podgora a spalle, in trionfo), approdò proprio al Bologna dove costruì lo squadrone che tremare il mondo faceva. Era ungherese, di lontane origini ebraiche, ma laico, come la moglie e i figli, nati e battezzati cattolici in Italia. Non ci fu niente da fare, le leggi razziali (quelle firmate tra l’altro dallo scienziato barese Nicola Pende, al quale è ancora dedicata sorprendentemente una strada in città) lo costrinsero a scappare prima in Francia, poi in Olanda, dove la macchina dello sterminio lo colse insieme alla sua famiglia. Dicono fosse una figura splendida e una delle poche foto a ritrarlo è quella sul campo di Bologna con i suoi ragazzi del Bari festanti. Di lui cancellarono anche la memoria, non se ne parlò semplicemente più, rimosso, cancellato, mai esistito.

Simon Kuper, un giornalista olandese, ha invece scritto Ajax, la squadra del ghetto. Il calcio e la Shoah (Isbn edizioni, pp. 254, euro 15,50) per raccontare lo stretto legame tra la comunità ebraica olandese ed i Lancieri, alle cui partite in giro per l’Europa non manca mai la stella di Davide. Squadra, società, persino la tifoseria furono sterminati dai nazisti, e quei pochi che si salvarono ci riuscirono grazie ai tifosi, a quelli che oggi chiamerebbero ultras, allora come oggi l’unica parte pulita e genuina, del pianeta calcio. Fa effetto leggerlo e vi spiega come e perché non bisogna mai trascurare l’insorgere di fenomeni di emarginazione, razzismo e repressione: prima o poi si finisce a campi di concentramento.

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