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Lunedì 23 Ottobre 2017 | 13:49

Il Gallipoli in Prima Divisione i tanti perché di un fallimento

Addio alla Serie B. Il pareggio agguantato all'ultimo minuto dal Mantova contro il Crotone condanna i salentini alla retrocessione. Ma è l’andamento della stagione a rendere ancora più amaro e mortificante il ritorno in Prima Divisione. I ritardi nei pagamenti di dipendenti e fornitori che hanno caratterizzato la gestione D'Odorico - la società è a un passo dal fallimento - rischiano di far sprofondare il Gallo tra i dilettanti
Il Gallipoli in Prima Divisione i tanti perché di un fallimento
di Stefano Lopetrone

GALLIPOLI - Addio alla Serie B. Il pareggio agguantato all'ultimo minuto dal Mantova contro il Crotone condanna il Gallipoli alla retrocessione. Ma è l’andamento della stagione a rendere ancora più amaro e mortificante il ritorno in Prima Divisione. I ritardi nei pagamenti di dipendenti e fornitori che hanno caratterizzato la gestione D'Odorico - la società è ad un passo dal fallimento - rischiano di far sprofondare il Gallo tra i dilettanti. Ecco perché il funerale che oggi pomeriggio (alle 18.30) sarà celebrato dalla tifoseria nella Curva Sud del «Bianco» (con un feretro in cartapesta, i manifesti listati a lutto ed alcuni striscioni) arriva esattamente un anno dopo la storica gara col Real Marcianise.

DISASTRO ANNUNCIATO - Alcune tra le principali cause di questa retrocessione hanno un'origine antica e si possono far risalire tanto alla vecchia società, quanto all'amministrazione comunale. Il Gallipoli è arrivato nel calcio che conta con una struttura interna inadeguata. Fino allo scorso agosto tutto si è retto su Vincenzo Barba, presidente abilissimo a costruire squadre vincenti. A lungo andare però l'assenza di una programmazione si è fatta sentire. Gli effetti sono poi esplosi la scorsa estate: si è arrivati in B con appena quattro giocatori sotto contratto (Russo, Ginestra, Di Gennaro e Mounard) e con un vivaio che ha prodotto molto poco. Ancor più grave è la mancata costruzione di uno stadio e di un campo d'allenamento durante i 6 anni di ascesa. Ed ecco la responsabilità di Palazzo Balsamo: sarebbe bastato un intervento per riqualificare il vecchio impianto, senza costruirne uno nuovo. Invece di fronte all'«esilio» a Lecce, il Comune non si è mosso. 

ESTATE DA INCUBO - Molta parte del disastro si è costruita in estate. Il tentennamento di Barba, che ad inizio agosto sembrava vicino alla cessione a Luca Pagliuso, salvo poi definire in fretta e furia con D'Odorico, ha innescato una serie di conseguenze sul piano sportivo e societario. La costruzione della squadra (costata intorno ai 5milioni) si è rivelata troppo onerosa per la proprietà. Problemi nei pagamenti si sono palesati fin da ottobre, prima di sfociare in messa in mora e plateali atti di contestazione. La nuova società si è rivelata disastrosa nella gestione delle relazioni interne. Gli addetti ai lavori hanno potuto verificare quotidianamente la discordanza tra dirigenza e spogliatoio e anche nello stesso gruppo dirigenziale. Una Babele che ha comportato lo sforamento del budget iniziale ed un governo della crisi quantomeno schizofrenico: un giorno si era pronti a vendere, l'altro a restare, l'altro ancora a dare colpa a questo dirigente o a quell'allenatore. Un clima che dopo l'addio di Giannini si è riversato anche tra i giocatori. Infine la denuncia per truffa aggravata presentata da Barba a D'Odorico, che ha condotto dritto all'amministrazione controllata.

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