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Il tribunale di Napoli: «Velleitario il progetto Gaucci»

Motivazione della sentenza che ha dichiatato fallita la società partenopea: bocciato il salvataggio del club delineato dal presidente della società umbra perché ritenuto senza presupposti il progetto di affitto di ramo d'azienda prospettato dal patron del Perugia
NAPOLI - E' «per certi aspetti velleitario» il progetto di affitto di ramo d'azienda prospettato dal patron del Perugia Luciano Gaucci. La settima sezione fallimentare del tribunale di Napoli boccia con queste parole il salvataggio del Calcio Napoli delineato dal presidente della società umbra.
Dopo aver effettuato alcune considerazioni in merito al fallimento del Napoli attribuibile secondo i giudici «ad assetti propietari non chiari, nè definiti» alla litigiosità di Naldi, Corbelli, Ferlaino e Gallo (Ellenio Gallo, socio di minoranza della ormai ex SSC Napoli, ndr), alla «malaccorta gestione imprenditoriale», il collegio della Fallimentare dedica ampio spazio nel dispositivo a quelli che definisce «tardivi tentativi di salvataggio, scarsamente trasparenti» e in particolare a quella che chiama «operazione Gaucci».
Dopo tali premesse la sentenza spiega che il tribunale «ha ritenuto di esaminare e valutare negativamente l'unica proposta apparentemente concreta emersa nel corso della fase amministrativa della procedura concorsuale avviata d'ufficio e potenzialmente idonea a superare il conclamato stato di crisi del Napoli e evitarne il fallimento».
Il Tribunale spiega che il passivo del Calcio Napoli ammonta a circa 62/64 milioni di euro, con un attivo di poche migliaia di euro «peraltro appena sufficiente a pagare le bollette di utenze telefoniche e simili». Tra i crediti più cospicui ci sono quelli vantati dall'erario (circa 30 milioni di euro) e dai tesserati (12 milioni di euro). Tra i creditori non privilegiati (cosiddetti chirografati) c'è il Comune di Napoli che vanta crediti per l'affitto dello stadio San Paolo e il socio Ellenio Gallo, per un complessivo importo di circa 20 milioni di euro.
Il Tribunale sottolinea a questo punto che dalle risorse messe a disposizione dalla Napoli Sportiva spa - la società costituita da Luciano Gaucci - sono previsti «ricavi complessivi per 46 milioni di euro in cinque annualità di cinque milioni ciascuna, oltre al riscatto finale». «Importo del tutto insufficiente - continua il dispositivo - in proporzione alla entità della debitoria e comunque inadeguato non solo a soddisfare i creditori più pressanti ma anche ad assicurare una modesta provvista di liquidità».
Ma non basta: il giudizio negativo della ipotesi dell'affitto del ramo d'azienda e della proposta Gaucci viene giudicato negativamente anche per il fatto che tale progetto «si correla al verificarsi di una serie di precondizioni che costituiscono altrettante variabili, non del tutto dipendenti dalla buona volontà dei contraenti e che rendono pressoché aleatoria la riuscita del progetto stesso e, per certi aspetti, lo fanno apparire addirittura velleitario».
Il Tribunale si riferisce all'accettazione «allo stato mancante» da parte di un numero limitato «ma economicamente significativo di tesserati (per lo più calciatori, ndr) della decurtazione di una rilevante quota di competenze arretrate loro spettanti». Inoltre il collegio della Fallimentare cita la «auspicata, ma mai concretamente manifestata disponibilità del socio Gallo e del Comune di Napoli a rinunciare, in tutto o in parte ai loro pur cospicui crediti nel segno di una spesso proclamata affectio verso la squadra, rinuncia sempre incerta».
Il Tribunale ricorda inoltre, a tal proposito, la bocciatura dell'ipotesi dell'affitto del ramo d'azienda fatta dal Tar del Lazio e sottolinea - spiegando di aver concesso già un rinvio per il fallimento - «l'inadeguatezza delle garanzie» offerte dalla Napoli Sportiva di Gaucci. «Ne deriva - si legge nel dispositivo - che l'affitto d'azienda, se pure riuscisse a risolvere i problemi sportivi del Calcio Napoli, lascerebbe irrisolti quelli della Società che sono poi gli unici rilevanti in questa sede».
L'affitto del ramo d'azienda, secondo il Tribunale - calciatori, tecnici, centro sportivo di Marianella, quello di Soccavo, diritti di sfruttamento commerciale del marchio - «svuoterebbe la società non solo del suo core business trasformandola surettiziamente in una società di gestione: di qui la palese impraticabilità della soluzione prospettata con il fallace pretesto del salvataggio del titolo sportivo».

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