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Miccoli studia da leader e «sogna» il Sudafrica

Per quasi tutti lui è il «Romario del Salento». Stessa struttura fisica, soprattutto stessa propensione al dribbling e alla giocata ad effetto. Certo, uno ha fatto la storia della nazionale brasiliana mentre l’altro ha alle spalle una comparsata alla Juve e qualche buona stagione con le maglie di Fiorentina, Benfica e Palermo. Ma ora è il suo momento e cercherà di sfruttarlo per convincere Lippi a convocarlo per il Mondiale
Miccoli studia da leader e «sogna» il Sudafrica
di Antonello Raimondo

Per quasi tutti lui è il «Romario del Salento». Stessa struttura fisica, soprattutto stessa propensione al dribbling e alla giocata ad effetto. Certo, uno ha fatto la storia della nazionale brasiliana mentre l’altro ha alle spalle una comparsata alla Juve e qualche buona stagione con le maglie di Fiorentina, Benfica e Palermo.

È da un po’ che si parla di Fabrizio Miccoli, centosessantotto centimetri di fantasia e anche un pizzico di sregolatezza. Da San Donato, a due passi da Lecce. «Lu» Miccoli non le manda a dire. Lingua pepata, un tipino niente male. Con quei tatuaggi che compaiono un po’ dappertutto, le sopracciglia tigrate e quell’orecchino che, ai tempi di Madama, mandava su tutte le furie Lucianone Moggi, uno a cui piaceva dettare legge. In campo e soprattutto fuori.

Da Terni a Perugia, poi la Juve e le prime delusioni. Il Romario del Tavoliere non fa faville, ma nemmeno disastri (otto gol). Anche perché quella è una Signora ammaccata. Poi il «viaggio» a Firenze, con il bianconero che ormai gli va di traversa. Fabrizio si ritrova in Portogallo, nel Benfica. Si fa apprezzare anche lì prima che il vulcanico Zamparini lo riporti a casa.

Finte e controfinte, scatti e gol della... madonna. Miccoli è il classico uomo da Palermo. Gli basta poco per accendere la «Favorita» e una città da sempre a caccia di fuoriclasse da idolatrare. Molti alti, anche qualche fisiologico basso. Lui è il numero 10, classico giocatore in grado di spostare gli equilibri di una partita. Cambiano gli allenatori, il «Zampa» si incazza spesso ma... giù le mani da Romario.

Che segna come un forsennato, un gol più bello dell’altro. E si permette il «lusso» di comprare all’asta l’orecchino che fu di Maradona («Un giorno glielo riporterò»). Ma sì, venticinquemila euro per uno che ha il nome di tuo figlio... non sarà mica una pazzia. E sì, Miccoli junior si chiama proprio come l’immenso Dieguito. Un gesto d’amore. Gli uomini del sud, si sa, son fatti così. Cuore grande, grandissimo.

Il problema, ora, è questo. Siamo sicuri che uno così non farebbe comodo all’Italia di Lippi? Speranze, poche. Meglio non illudere nessuno. Il cittì ha i suoi metodi di selezione. Vedi Cassano, vedi Balotelli. Difficile che si rimangi tutto e dia spazio a un figlio della fervida Puglia. I meriti? Beh, questo è un altro discorso. Perché se dovessimo basarci sui responsi del campionato... Miccoli avrebbe dovuto essere già azzurro. Dieci gol, mica uno scherzo. Ma non è tutto. Fabrì oggi è diventato leader. S’è messo il Palermo sulle spalle e lo sta trascinando verso un posto in Champions League.

Beffardo, il destino. Alla Juve l’hanno bocciato e lui, finora, li ha messi spalle al muro. Al quarto posto c’è il bellissimo Palermo, allenato da quel grande allenatore che risponde al nome di Delio Rossi. La Signora arranca. S’è presa una bella sberla e ora è costretta a mangiare polvere, tanta polvere. Messa in ginocchio proprio da Miccoli, il figliol prodigo che più lo butti giù (insulti) e più si tira su (gol a ripetizione, gustosi come tutti quelli segnati con lo status di ex).

Non sarà Maradona. E nemmeno Romario. Ma un posticino ai mondiali, beh non sarebbe mica uno scandalo. Anzi. Aspettando anche Cassano.

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