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Bari: un grande 2009 vittoria del progetto

di ANTONELLO RAIMONDO 
Dodici mesi pazzeschi. Uno dopo l’altro, uno più bello dell’altro. Un anno in apnea, senza fermarsi mai. Vittorie ed emozioni, un tutt’uno tra squadra e città. Dal paradiso ritrovato al grande «salotto» del calcio vissuto scrollandosi di dosso i timori della matricola. Il 2009 scivola via accompagnato da un leggero senso di magone. Perché un anno così vorresti appiccicartelo addosso e non lasciarlo scappare per nulla al mondo. L’anno del riscatto, della riabilitazione, dell’orgoglio ritrovato
Bari: un grande 2009 vittoria del progetto
di ANTONELLO RAIMONDO 

BARI - Dodici mesi pazzeschi. Uno dopo l’altro, uno più bello dell’altro. Un anno in apnea, senza fermarsi mai. Vittorie ed emozioni, un tutt’uno tra squadra e città. Dal paradiso ritrovato al grande «salotto» del calcio vissuto scrollandosi di dosso i timori della matricola. Il 2009 scivola via accompagnato da un leggero senso di magone. Perché un anno così vorresti appiccicartelo addosso e non lasciarlo scappare per nulla al mondo. L’anno del riscatto, della riabilitazione, dell’orgoglio ritrovato. La Bari perdente che lascia spazio a quella che tutti abbiamo sognato. Bella e vincente, vispa e impertinente. Una Bari a cui, ora, tutti plaudono. In ogni angolo d’Italia. 

Dietro un anno così c’è sempre un pizzico di tutto. Anche di fortuna, come in tutte le grandi imprese e le grandi vittorie. Ma la fortuna va cercata e, soprattutto, trovata. Con il lavoro, la progettualità, l’ambizione. E poi ancora, i sacrifici, il coraggio, la capacità di aggregare tutte le componenti. La voglia di aprirsi, di dialogare con la città, la presa d’atto di un calcio che non è più solo passione e «famiglia» allargata. Sono gli anni dei manager e dei diritti televisivi, del merchandising e della comunicazione. Oggi il Bari sta a braccetto con le grandi realtà del calcio italiano proprio perché ha saputo mettersi al passo con i tempi. Rivedendo e potenziando strategie e progetto tecnico. 

Dalla vittoria, bellissima, sul campo di Trieste (gennaio 2009) al trionfo sulla Juventus. Una galleria lunghissima, tante «carezze » che i baresi custodiscono gelosamente in fondo al cuore. Senza distinzioni. Perché le vittorie della svolta sono tutte uguali e tutte fondamentali. La vittoria a Modena contro il Sassuolo non ha meno valore rispetto ai pareggi di San Siro e al colpo gobbo contro la Vecchia Signora. Perché è proprio nelle infuocate sfide «cadette» che il progetto Bari ha preso forma. In quei pomeriggi per pochi intimi è cresciuta la consapevolezza di aver intrapreso la strada giusta. L’ha capito la società, l’hanno subdorato anche i tifosi. Compresi quelli sul passo di restituire... la tessera. E sì, perché in questi anni non ci siamo fatti mancare proprio nulla. Dai cinquantadue paganti della sfida col Cittadella ai diecimila in marcia su Roma. Dai cinquantamila di Bari-Parma ai cinquemila che cantavano sotto la pioggia in curva a Pisa mentre Antonio Conte regalava loro un inchino da brividi. 

Dalla serie B presa letteralmente a pallonate a una serie A (quasi) troppo bella per essere vera. Il nuovo marchio in casa Bari è la continuità. Di pensiero e di progetto. Abbiamo imparato a vincere e ora non vogliamo fermarci più. Con Matarrese, Perinetti e Ventura. Senza dimenticare quel Conte che, ancora oggi, divide. Ma verso cui tutti i baresi dovranno essere sempre animati da sentimenti di gratitudine. Nella svolta, la sua «mano» pesa come un macigno. Perché lui e Perinetti sono partiti da zero. E costruire, si sa, è sempre più difficile che rafforzare. Eppure, la pazza Bari sembrava aver deciso di rovinare tutto. Come se il gran ritorno in paradiso potesse essere materia per baratti e polemiche. L’addio a Conte, la prima spallata alla ritrovata quiete pubblica. Con molti tifosi che restituiscono l’abbonamento, certi della fine di un sogno. 

Poi la grottesca vicenda Barton, che prima illude e poi mette addirittura a repentaglio il lavoro di Perinetti in sede di calciomercato. In serie A ci arriviamo quasi in punta di piedi. Di calcio, in città, si parla pochissimo. È nella sofferenza, però, che prende corpo il secondo miracolo Bari. Perché mentre tutti «friggono » l’aria, Perinetti e Ventura lavorano sodo. E pongono basi importanti. Sono loro il «motore» del progetto biancorosso. Loro a toccare i tasti giusti per far risentire Vincenzo Matarrese al centro del progetto. Senza una società «complice» con allenatore e direttore sportivo non si va da nessuna parte. E i fatti dicono che la «famiglia» ha operato una netta inversione di tendenza sul piano degli investimenti calcistici. Perché se è vero che il Bari non compra i calciatori che costano 4-5 milioni è altrettanto vero che il club si è sobbarcato un monte ingaggi molto rilevante. Si parla di 21 milioni netti alla voce stipendi. Al pari del Parma dell’ambizioso Ghirardi. Non proprio bruscolini. Un segnale forte e chiaro. E mentre il 2009 sta per scivolarci alle spalle guardiamo già avanti. Qualche metro più in là. Al 2010 che può e deve diventare l’anno del definitivo salto di qualità. Perché il difficile viene adesso. Bari ha di nuovo la «bocca» buona. Si è abituata a vincere, a non temere nessuno, a guardare tutti gli avversari negli occhi. Bari ora è... Bari. Difficile spiegarsi a parole, ma è proprio così. È arrivato il momento di rafforzare le basi del progetto. E di credere ancora di più nelle potenzialità di una tifoseria che, con grande maturità, ha deposto le «armi» tornando al fianco della squadra. Il futuro fa meno paura, specie se si riuscirà ancora a stare tutti insieme. Come in quella fantastica notte di maggio. Centomila cuori, il profumo dell’estate, il fascino della stelle, il brivido del trionfo. In quella notte Bari è tornata. E ora, guai a chi la ferma.

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