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Lunedì 25 Settembre 2017 | 15:26

Donati: «Il Celtic? Meglio qui a Bari»

Voleva la A di calcio. Ed ora che ha ritrovato il suo antico mondo, vuole definitivamente riconquistarlo. Storie di gente che parte e poi torna, di «emigranti» del pallone che non dimenticano le origini e che alle origini ritornano. Il centrocampista più che una scommessa vinta è un valore ritrovato per il calcio italiano, quello che lo ha spedito in Scozia, nel Celtic biancoverde. Il Bari lo ha recuperato credendo in lui
Donati: «Il Celtic? Meglio qui a Bari»
di Fabrizio Nitti 

BARI - Voleva la A, voleva il campionato italiano. Ed ora che ha ritrovato il suo antico mondo, vuole definitivamente riconquistarlo. Storie di gente che parte e poi torna, di «emigranti» del pallone che non dimenticano le origini e che alle origini ritornano. Massimo Donati più che una scommessa vinta è un valore ritrovato per il calcio italiano, quello che lo ha spedito in Scozia, nel Celtic biancoverde. Il Bari lo ha recuperato, il Bari ha creduto in lui. È stato Giorgio Perinetti a recuperarlo, volando in Inghilterra proprio alla vigilia della sfida di Champions fra l’Arsenal e il Celtic. Un gran gol per dare l’addio alla Scozia, chiudere le valigie e fare tappa sull’Italia. Rotolando verso Sud, insomma, avrebbero gridato i «Negrita». Verso Bari: «Avevo il desiderio di misurarmi nuovamente in Italia, con il nostro calcio. Lì, in Scozia, è tutto bello...

Ma il football è un’altra cosa, è diverso. È diverso proprio lo stile di vita: difficile dire se è meglio qui o lì, ogni cosa ha i suoi pro e i suoi contro. Però in Italia sto benissimo, qui sono nato. Ma non rinnego l’esperienza scozzese. Il Celtic resta un club prestigioso, di fama mondiale, dal grande fascino. Avevo il desiderio di provare l’avventura lontano da casa, in Champions League. Qualche soddisfazione anche da quelle parti me la sono tolta. Ho vinto un campionato, pure. Il primo anno è stato perfetto, un po’ meno bene nella secondo anno. Però, dodici squadre, un campionato “striminzito”. Poi sono nati i miei due figli ed allora ho pensato che sarebbe stato meglio avvicinarsi».

Ecco il Bari e Perinetti alla finestra. Ci serve un centrocampista esperto, bravo con i piedi, allo stesso tempo di quantità. Perché non affacciarsi Oltremanica? Perché non recuperare Donati? Questi i pensieri che hanno affollato la mente del direttore sportivo, nei giorni caldi della questione Mora-Barton. Aereo e via, a Londra, dove il Celtic affrontava l’Arsenal: «Non ci ho pensato sopra due volte quando i dirigenti del Bari hanno pensato a me. Ho continuato ad allenarmi, a lavorare per farmi trovare pronto all’appuntamento. E adesso sto bene, mi sento in condizione, animato da una forte volontà».

Lì, al centro del Bari. Donati-Almiron, non male la coppia vero? Due così è difficile pescarli pure in una squadra di medio-alto calibro. Napoli, Udinese, Lazio, pure la Samp dei miracoli: due così, se in buone condizioni, farebbero comodo anche a loro. Giocano ad occhi chiusi, si trovano ad occhi chiusi, pur senza dimenticare l’apporto di uno come Gazzi: «Per il sottoscritto questa è un’annata importante - racconta Donati -. Voglio fare qualcosa di rilevante con il Bari e magari, perché no, indossare anche per una sola volta la maglia della Nazionale. Nelle ultime convocazioni c’è stato spazio per giocatori del Cagliari, questo significa che tutti sono seguiti, c’è la consapevolezza che tutti possano avere una possibilità. Sì, vorrei provare l’emozione di mettere addosso quella maglia».

Bari in marcia. Nono posto, e chi poteva pronosticarlo? Miglior difesa, piccolo-grande fiore all’occhiello di una squadra che continua a far parlare l’Italia, di una squadra che ha vinto lo scetticismo e la diffidenza del periodo estivo, che ha imparato a soffrire. E questa è una nota di merito, capire i propri limiti e trasformarli in armi vincenti: «Stiamo giocando bene, offriamo un buon calcio - commenta il centrocampista - soltanto contro il Livorno abbiamo in effetti sofferto, ma vincendo la partita. Il segreto dei nostri diciotto punti? Ci aiutiamo tutti quanti, senza distinzione. Voglio segnalarvi una cosa. Il Bari segna poco, ma sapete per quale motivo? I nostri attaccanti meritano un riconoscimento a parte per il lavoro sporco che svolgono. Sono loro i primi difensori e non è un modo di dire ma la realtà dei fatti. E quindi faticano di più, magari arrivano stanchi in area avversaria. Senza il loro movimento, per noi sarebbe tutto più complicato. Costituiscono la prima barriera, gli avversari trovano difficoltà nella costruzione del gioco».

E della difesa cosa raccontare? «Il record regala fiducia, nuove certezze, fortifica le convinzioni. Va tutto bene, compresa la classifica. Ma non dimentichiamo che non siamo neppure a metà dell’opera e che la strada da coprire è complicata e piena di trappole. Non bisognerà sedersi adesso, non sul più bello. Certo, i diciotto punti ci infondono grande serenità nell’affrontare le partite, ma non si molla. La nostra è una squadra giovane, vive un momento di esaltazione. Ma deve mantenere costantemente l’umiltà che fino ad oggi è stata una caratteristica fondamentale. Ma non ci sarà il rischio, tranquilli. I più “anziani” provvederanno a tenere alta la guardia».

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