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Martedì 24 Ottobre 2017 | 06:02

Un americano a Bari trama con finale già annunciato

La reazione dei tifosi
di GIUSEPPE DE TOMASO
La città aveva creduto ai sogni di grandezza del texano, fin da un afoso pomeriggio di metà agosto, quando circa 1.500 tifosi accolsero in festa l'americano. Dopo due mesi di pensieri e parole, tutto si è frantumato. Eloquente il comunicato della Salvatore Matarrese S.p.a., che ha annunciato la rottura della trattativa. Ma, con il passare dei giorni, la trama Barton-Mora ha superato in surrealtà grottesca anche il semiclassico
• Sfumato «il sogno americano»
• Perinetti: «È tutto finito»
• Da tempo per i bookmaker la vendita era un bluff
• Quella volta che Tim venne allo stadio
Un americano a Bari trama con finale già annunciato
Un americano a Bari. E giù molti a ridere. Già il titolo del film, cioè della storia, evocava sin dall’estate un classico di Alberto Sordi (1920-2003) piuttosto che una vicenda reale, con finale (scontato) a lieto fine. Ma, con il passare dei giorni, la trama Barton-Mora ha superato in surrealtà grottesca anche il semiclassico Il presidente del Borgorosso Football Club (sempre di Alberto Sordi) e forse la stessa cinematografia pallonara minore, quella che metteva insieme Lino Banfi, Gigi e Andrea e la supergnocca Licinia Lentini. Ci fosse stata la bonona di turno, l’intreccio dell’anno sulla tratta Dallas-Bari sarebbe risultato perfetto per una nuova fiction in celluloide, con buona pace degli sceneggiatori professionali e con malcelata soddisfazione dei cineproduttori che avrebbero risparmiato un mucchio di quattrini per la confezione dell’intreccio. 

Allora. Un americano a Bari nel segno del Pallone? La storia era poco plausibile, anzi decisamente improbabile. Non tanto per i soldi da raggranellare, che pure hanno la loro importanza (assoluta). Quanto per una ragione più limpida dell’acqua di sorgente. Sì, perché ci sarebbe più feeling tra Silvio Berlusconi e Sabina Guzzanti (ohibò) che tra i nipotini di Zio Sam e la dea Eupalla. Il che è tutto dire. Gli americani e il calcio non si prendono. Neppure un trattamento a base di Viagra riuscirebbe a eccitare il Paese di Obama in un’arena calcistica o davanti a una programmazione televisiva concentrata su una ventina di mutandati a caccia di una sfera. Nessun accanimento terapeutico è mai riuscito a smuovere l’indifferenza del popolo, anzi del pubblico, americano nei confronti della «droga» calcio, autentico oppio dei popoli dell’ultimo secolo. Ad accendere, calcisticamente parlando, i suoi compatrioti non è riuscito nemmeno Henry Kissinger, l’unico pezzo da novanta della Confederazione disposto a scaldarsi per una rovesciata alla Maradona. Ma, bisogna ricordare, l’ex segretario di Stato è un europeo (tedesco di sangue ebreo), e poi era l’amico del cuore di un adoratore di Eupalla, l’avvocato Gianni Agnelli (1921-2003), ai cui hobby nessuno della cerchia degli intimi risultava insens ibile. 

Neppure una leggenda di nome Pelè, sudamericano emigrato a New York per evangelizzare pagani e atei nordamericani sull’altare del dio pallone, è riuscita a dirottare milioni di telespettatori americani dai campi di football versione Usa ai campi di football versione Europa. Eppure Pelè era Pelè. Tanto meno c’è riuscito il Kaiser, cioè Franz Beckenbauer, uno che scendeva sull’erba con il piglio, appunto, di un imperatore asburgico. Neppure un mondiale di calcio (1990) pianificato per il telecomando di californiani e texani, è riuscito a segnare la rete decisiva: quella di portare Eupalla in cima agli interessi e agli intrattenimenti dell’esercito di teleutenti più facoltoso del pianeta. 

Ecco. Se tanto ci dà tanto, c’era e rimane poco da filosofare. Se per mister Smith è più elettrizzante la visione di Desperate housewives (Casalinghe disperate) piuttosto che la cotta per una squadra pallonara, sarebbe apparso perlomeno bizzarro che proprio un insospettabile cittadino di Dallas si fosse fatto trafiggere da un’insolita passione sull’azzurro mare di Bari. Bah. Nemmeno un analista di sentimenti come Francesco Alberoni avrebbe azzeccato la spiegazione giusta. Nemmeno uno studioso come Willy Pasini, che ama calarsi ancora di più negli abissi impenetrabili del cuore. C’era, forse ancora c’è, chi obiettava: vi indico io dov’è l’odore dei soldi, l’acquisto del Bari non è altro che il cavallo di Troia per i veri affari, legati all’energia pulita, che a Bari avrebbero intrigato Tim Barton, il rossiccio negoziatore texano. 

Non scherziamo. Il pallone: o è passione o non è. Non esiste affare collaterale in grado di ripianare i sacrifìci economici richiesti dal possesso, anzi dalla conduzione possessiva, di un club calcistico. Chiedere ai Sensi per credere, visto che pur di non perdere la Maggica, cioè la presidenza della Roma, hanno smantellato il patrimonio familiare, vendendo cinema e palazzi, suoli e giornali. Chiedere ai Moratti, per ulteriori conferme. Quando nel 1997 il presidente neroazzurro sganciò 51 miliardi di lire per calamitare il brasiliano Ronaldo, sua moglie Milly arricciò il naso: «Massimo, avremmo fatto meglio ad aiutare la gente che soffre». «E chi soffre più di un interista?» replicò immediatamente il generoso marito che, successivamente, in un’intervista a Claudio Sabelli Fioretti perfezionò il concetto: «Il fascino dell’Inter è il piacere della sofferenza». Il che vale anche per i colleghi di Moratti e persino per gli aspiranti tali come l’ex carneade Barton: siete disposti a soffrire? Mai visti presidenti che al deficit finanziario del pallone hanno fatto seguire profitti extralarge nelle loro principali attività aziendali. Non a caso la buonanima di Giulio Onesti (1912-1981), dirigente sportivo e commissario del Coni, li aveva bollati, quelli che si svenavano per un’ala destra prossima alla pensione, come ricchi scemi. Non sappiamo se Tim Barton sia ricco, né se sia scemo. Probabilmente, anzi quasi certamente, non è né ricco né scemo. Il che spiega parecchie cose: l’avvio di una proposta d’acquisto alquanto singolare, perché troppo dilazionata nel tempo; l’assenza di un impero economico alle spalle; l’impossibilità di mettere assieme una cordata; la difficoltà di rispettare il pagamento della caparra di un milione di euro, come richiesto dai Matarrese. Ricapitolando. L’Opa abbozzata dal tandem Barton-Mora non richiamava gli uffici ieratici di banche o santuari della finanza. La qual cosa già riduceva la trattativa alla stregua di una costruzione Lego, pronta cioè al crollo istantaneo. Il copione pareva congegnato per un set di Cinecittà buono per Massimo Boldi o Christian De Sica, magari con i capelli rossi e con la prevedibile rottura finale tra i protagonisti (com’è avvenuto per il duo delle meraviglie Barton-Mora). E i Matarrese che dovevano fare, e ora che faranno? La tifoseria premeva per la vendita della società, loro hanno voluto mettere alla prova i candidati all’acquisto. Smascherato il bluff (penuria di denaro texano), Don Vincenzo riprenderà a tribolare (o esultare: quest’anno si può) per il Bari, invitando tutti i fantomatici compratori a fare quello che si fa anche in una salumeria: aprire il portafogli. Una parola.

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