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Taviano, il campione e l’impianto fantasma

Dove si allena un campione europeo under 23 di salto triplo che ha appena disputato il Mondiale? Su un impianto fantasma. Perché una strada per raggiungere la pista di Taviano, punto di riferimento per gli appassionati di atletica leggera del basso Salento, non esiste. O meglio, l'hanno progettata sulla carta, ma poi non sono arrivati i soldi per costruirla
Taviano, il campione e l’impianto fantasma
di Gaetano Campione

TAVIANO - Dove si allena un campione europeo che ha appena disputato i mondiali? Su un impianto fantasma. Perché una strada per raggiungere la pista di Taviano, punto di riferimento per gli appassionati di atletica leggera del basso Salento, non esiste. O meglio, l'hanno progettata sulla carta, ma poi non sono arrivati i soldi per costruirla. Allora, chi vuole allenarsi, deve percorrere una specie di pista polverosa e sterrata. Morale: se non sei della zona, non ci arrivi in località Serrazite, alla periferia dell'abitato.

Daniele Greco, 20 anni, di Galatone, alza le spalle. Alle difficoltà, è abituato. Lui, affronta la vita a salti. Uno dopo l'altro. La specialità del triplo è fatta così. Prendi la rincorsa, poi tre balzi. Esplosivi e in sequenza, per arrivare il più in alto e lontano possibile. Lo sport va sempre avanti.

L'alloro continentale nel triplo, con tanto di record italiano sbriciolato (m. 17,20, quinta prestazione italiana di sempre), gli è valso il passaporto per Berlino. Ma non una pista decente.

La storia dell'impianto è da manuale. Suolo del Comune, finanziamenti della Provincia. Dieci anni fa nasce il gioiello: pista, spogliatoi, tribuna, illuminazione, campo di calcio sintetico. Per completarlo sarebbero serviti altri soldi. Ma l'amministrazione comunale non li ha. Per allenarsi atleti, dirigenti e tecnici, scavalcano il cancello. Due anni fa, la svolta. Convenzione con la Provincia (scaduta quest'anno, però) per l'utilizzo di quello che è rimasto.

Chi si accontenta, gode, recita il proverbio. Meglio chiudere gli occhi davanti all'acqua che non c'è, alle attrezzature che mancano, all’illuminazione in tilt perché hanno rubato i cavi di rame, agli spogliatoi murati per evitare che portassero via, dopo le porte, i servizi igienici.

Rimangono la pista e le pedane del salto in lungo o triplo. Per il salto in alto servono i sacconi. Che non ci sono, introvabili. Leonardo Bruno in terza media superava l'asticella a un metro e 95 centimetri. Qualcosa di più di un astro nascente. Ma qui - se mancano i materassoni - l'unico modo per toccare il cielo con un dito è il salto triplo. Stessa scelta di Daniele Greco. Caso più unico che raro: per dedicarsi a questa disciplina ha addirittura abbandonato il calcio.

L'uomo delle grandi scelte è Raimondo Orsini, tecnico di specialità. Segue i ragazzi, li prepara, li trasforma in campioni nell'impianto fantasma. E quando arrivano inevitabilmente i risultati, i ragazzi non mollano più. Nonostante le difficoltà e i sacrifici. Tanti. A volte troppi. Ma la strada del successo, nella nostra Africa, è lastricata di lacrime e sudore. Nessuno fa sconti: «Gli appuntamenti importanti si programmano, il caso non appartiene alla nostra cultura. Abbiamo fatto così per i Giochi del Mediterraneo e per gli Europei (un bronzo e un oro n.d.r.), rinunciando a malincuore alle Universiadi», spiega Orsini.

Lo sport, però ripaga. Assicura certezze se voli sempre più in alto. Per un saltatore di triplo superare il muro dei 17 metri equivale a debuttare nella società che conta. L'obiettivo, se hai le potenzialità, lo centri verso i 25-27 anni, il tempo della maturità agonistica. Daniele è stato precoce. Agli Europei ha migliorato di 50 centimetri il primato italiano.

Ancora Orsini. “Una distanza spaziale nel mondo dei salti, dove – a differenza della velocità - i record arrivano centimetro dopo centimetro”.

Forza Daniele, dunque. Lo grida anche “lu professore”, Totò Vergine, oggi ha 51 anni, il docente di scuola media che rimase incantato a vedere quel ragazzo dalle gambe di fenicottero saltare gli ostacoli. Lo portò ai Giochi della Gioventù - “La prima gara non si scorda mai: arrivai quarto negli 80 ostacoli”, ricorda Greco – e poi chiamò Raimondo Orsini. “Qui abbiamo un talento”.

Il Salento è un po' come la nostra Africa sportiva. Il Continente nero, infatti, alimenta l'atletica leggera che conta. Da qui arrivano le star dei meeting di mezzo mondo, le “gazzelle” cresciute tra mille disagi, temprate da sacrifici e difficoltà.

Il Salento segue lo stesso percorso. Basti pensare al fenomeno Francavilla Fontana, capitale della maratona, con Giacomo Leone (vincitore a New York e quinto alle Olimpiadi di Sydney) e Ottavio Andriani (ha corso ai Giochi di Pechino), nati all'ombra degli ulivi e cresciuti sotto la guida del guru Piero Incalza.Il mix vincente si ripete ora a Taviano. Daniele Greco è la punta di diamante di una generazione di successo. Ecco Leonardo Bruno, 17 anni, di Racale, curriculum infinito di record e successi nel triplo. Senza dimenticare le giovanissime Francesca Lanciano e Francesca Reho, gente da 11 metri e 40 centimetri. Il Salento che salta guarda lontano.

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