Giovedì 21 Giugno 2018 | 23:39

La mia Bari in bianco e nero, rossa di angurie

INTERVISTA A: Raffaele Nigro
Raffaele NigroHa sempre amato Bari «perché è terra di frontiera». Una frontiera che soprattutto durante la stagione estiva è da sempre luogo d’in - contro e di scambio, luogo vivo. Come nelle estati degli anni Settanta, quando era facile fare amicizia «con chi aveva messo in fresco l’anguria in mare, accanto alla tua». A ricordare l’aneddoto è il barese d’adozione Raffaele Nigro, giornalista e scrittore di origini lucane, che si trasferì nel capoluogo pugliese nel 1967, da studente universitario. Da allora, proprio per la sua dimensione di frontiera, è il porto il luogo che preferisce, è lì che ancora oggi trascorre molte delle sue serate, e passeggiando scruta i volti in arrivo e in partenza da una città che trova proprio nel mare la sua «illusione di fuga». 

«Il mare però l’ho scoperto tardi, nel ’56 – racconta Nigro - quando avevo già nove anni. I miei genitori quell’estate mi mandarono in vacanza da alcuni zii che vivevano in provincia di Taranto. Quella del mare che apparve all’improvviso, mentre percorrevo in treno il tragitto che mi portava dalla Lucania a Taranto, è u n’immagine che non dimenticherò mai. Uscendo dalle Dolomiti lucane apparivano le agavi e la sabbia, le tamerici. L’orizzonte si appiattiva e non c’era traccia di alture, era una dimensione completamente diversa da quella che mi era fam iliare». 

E quali furono le sensazioni che provò? «Quando i miei piedi entrarono in contatto diretto con l’acqua del mare, la prima impressione fu di spavento dell’infinito, l’orizzonte che avevo davanti non era mai fratto. E poi andare a mare comportava anche tutta una serie di riti mangerecci che mi stuzzicano tutt’ora: ricordo come fosse ieri il sapore inconfondibile degli spaghetti fritti che cucinava mia zia e che mangiavamo sulla spiaggia! Mio zio mi insegnò anche a pescare, ma a nuotare no, quello non riesco a farlo neanche adesso». 

Da uomo di montagna però lei divenne ben presto uomo di mare, perché si trasferì definitivamente a Bari nel 1967. «Sì, arrivai a Bari nel ’67 per studiare all’Università e da allora sono rimasto qui dove vivo e lavoro. L’estate barese aveva delle caratteristiche uniche, secondo me, non replicabili in altre parti del mondo. Le faccio un esempio, negli anni Settanta, percorrendo il lungomare nella direzione che dal teatro Margherita va verso Torre a Mare, nel mare c’era una distesa di angurie messe a rinfrescare. Erano il dolce sollievo delle tante famiglie che soprattutto la domenica affollavano il litorale. La meta preferita dai baresi era “il Trulletto”. Passeggiare sul lungomare significava perdersi poi negli effluvi di peperoni fritti e pasta al forno, una dimensione popolare che oggi abbiamo accantonato. Col tempo la città ha acquisito una puzza sotto al naso e gli aspetti popolareschi sono sicuramente diminuiti. La gente vuole darsi un tono». 

Questo è quello che accadeva durante il giorno, mentre nelle serate estive? «Di sera c’era un altro genere di “traf fico”. Come per incanto si accendevano tante luci bianche e rosse: era il segnale per chi cercava un po’ di conforto della carne! Così mi resi conto che la città aveva due volti: quello delle famigliole e quello del malaffare».

di MARIA GRAZIA RONGO

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